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Parkinson, l’ombelico può rivelare segnali della malattia?

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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Photo by Huy Phan on Unsplash

Potrebbe esserci un luogo del corpo a cui prestiamo pochissima attenzione ma che, secondo una nuova ricerca, contiene informazioni interessanti sulla nostra salute: l’ombelico. Non si tratta di una nuova diagnosi del morbo di Parkinson né di un test che possa essere utilizzato oggi nella pratica clinica, ma di un’indagine preliminare che apre una prospettiva curiosa e potenzialmente importante: utilizzare le tracce chimiche lasciate dal corpo per riconoscere alcuni segnali associati a determinate malattie.

Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, ha analizzato i composti organici volatili, conosciuti con la sigla VOC, presenti in alcune aree del corpo. I ricercatori hanno osservato che i profili chimici ottenuti da campioni prelevati dall’ombelico e dal naso mostravano differenze tra persone sane e partecipanti con Parkinson, lieve deterioramento cognitivo o COVID-19. I risultati sono interessanti, ma devono essere interpretati con prudenza, soprattutto perché la ricerca ha coinvolto appena 24 persone.

L’ombelico come una piccola “trappola” biologica

L’idea può sembrare insolita, ma l’ombelico possiede caratteristiche che lo rendono particolarmente interessante per questo tipo di ricerca. È una cavità nella quale possono accumularsi cellule morte della pelle, sebo, sudore e microrganismi, creando un ambiente nel quale si concentrano numerose sostanze.

Da questo insieme di materiali può derivare un vero e proprio profilo chimico. Il corpo, infatti, rilascia continuamente nell’ambiente molecole volatili attraverso il respiro, la pelle, il sudore, la saliva e altri fluidi biologici. La composizione di queste molecole non è necessariamente identica da una persona all’altra e può essere influenzata da numerosi fattori, tra cui alimentazione, farmaci, metabolismo e condizioni di salute.

L’ipotesi degli scienziati è che alcune malattie possano modificare questo complesso “impronta chimica” dell’organismo, rendendola riconoscibile attraverso strumenti sufficientemente sensibili.

Il Parkinson può lasciare una traccia nell’odore del corpo?

L’idea che una malattia possa modificare l’odore di una persona non è completamente nuova. Uno dei casi più conosciuti è quello di Joy Milne, una donna che raccontò di aver notato nel marito un particolare cambiamento dell’odore corporeo anni prima che gli fosse diagnosticato il Parkinson.

La sua osservazione ha contribuito a suscitare l’interesse della comunità scientifica nei confronti dei cosiddetti biomarcatori olfattivi. Il punto non è, naturalmente, che il Parkinson abbia semplicemente un “odore” riconoscibile come quello di un profumo, ma che la malattia possa essere associata a modificazioni nella combinazione di determinate molecole.

Da qui nasce una domanda affascinante: se il naso umano, in determinate circostanze, può percepire differenze estremamente sottili, una macchina potrebbe riuscire a misurarle in maniera molto più precisa?

Come è stato analizzato l’ombelico

Per cercare una risposta, i ricercatori hanno coinvolto 24 partecipanti, suddivisi in quattro gruppi: sei persone con Parkinson, sei con lieve deterioramento cognitivo, sei con COVID-19 e sei individui sani utilizzati come gruppo di controllo.

I campioni sono stati raccolti da tre differenti zone del corpo: cavità nasale, ombelico e area del turbinato dell’orecchio. Per effettuare il prelievo è stato utilizzato un tampone sterile, mantenuto a contatto con la zona interessata per alcuni secondi.

Successivamente i tamponi sono stati conservati e sottoposti a un’analisi estremamente sofisticata. I ricercatori hanno utilizzato la spettroscopia fotoacustica laser, una tecnica che permette di individuare le caratteristiche chimiche dei gas attraverso il modo in cui le molecole assorbono la luce infrarossa.

Il principio è complesso ma il risultato può essere immaginato in maniera più semplice: ogni campione produce una sorta di impronta spettrale, determinata dall’insieme delle molecole volatili presenti. Confrontando queste impronte, gli scienziati possono cercare configurazioni che tendono a ripetersi nelle persone appartenenti allo stesso gruppo.

I risultati più interessanti arrivano dal naso e dall’ombelico

L’analisi statistica ha evidenziato differenze soprattutto nei campioni provenienti dal naso e dall’ombelico. In particolare, i profili ottenuti dai campioni ombelicali mostravano una separazione tra diversi gruppi di partecipanti, con una distinzione particolarmente evidente tra soggetti sani e persone con lieve deterioramento cognitivo.

I campioni delle persone con COVID-19 apparivano invece maggiormente sovrapposti agli altri gruppi, suggerendo che non tutte le condizioni producano una firma chimica altrettanto facilmente distinguibile.

Un ulteriore elemento ha attirato l’attenzione dei ricercatori. A distanza di circa due settimane dalla prima fase dello studio sono stati raccolti campioni nasali da altre tre persone con Parkinson. Quando questi dati sono stati inseriti nell’analisi statistica precedente, i nuovi campioni tendevano a collocarsi vicino al gruppo originario delle persone con Parkinson.

È un risultato interessante perché suggerisce che alcune caratteristiche individuate nei campioni nasali potrebbero non essere limitate esclusivamente alle sei persone inizialmente analizzate.

Ma l’ombelico non è ancora un test per il Parkinson

È proprio qui che diventa importante evitare conclusioni affrettate. Lo studio non dimostra che sia possibile diagnosticare il Parkinson osservando o analizzando l’ombelico.

Il numero di partecipanti è estremamente ridotto e non consente di stabilire quanto accuratamente questa metodologia potrebbe distinguere una persona malata da una sana nella popolazione generale. Inoltre, le condizioni individuali possono influenzare profondamente la composizione dei composti volatili: alimentazione, medicinali, microbiota, igiene personale e molte altre variabili possono modificare il profilo chimico rilevato.

C’è inoltre una differenza importante tra riconoscere un modello statistico all’interno di un piccolo gruppo e sviluppare un vero strumento diagnostico clinico. Per arrivare a quest’ultimo risultato servirebbero studi molto più ampi, con partecipanti diversi per età, caratteristiche e condizioni di salute, oltre a verifiche indipendenti condotte su gruppi completamente nuovi.

La strada dei biomarcatori non invasivi

Nonostante i limiti, la ricerca apre una prospettiva interessante nel campo della diagnosi precoce del Parkinson. Una delle difficoltà della malattia è proprio riuscire a riconoscerla nelle fasi iniziali, quando alcuni processi biologici potrebbero essere già in corso ma i sintomi non sono ancora pienamente evidenti.

La possibilità di individuare segnali attraverso campioni facilmente ottenibili e tecniche non invasive rappresenterebbe, se confermata, un importante passo avanti. L’idea di analizzare molecole rilasciate naturalmente dal corpo è infatti già al centro di numerosi filoni di ricerca, dall’analisi del respiro allo studio del sudore e di altri fluidi biologici.

L’ombelico, in questo scenario, potrebbe sembrare soltanto una curiosità. In realtà rappresenta un esempio di come la ricerca stia cercando nuove finestre sul funzionamento dell’organismo, sfruttando tracce biologiche che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate troppo complesse da interpretare.

Per il momento, dunque, nessuno dovrebbe preoccuparsi del proprio ombelico né considerarlo uno strumento per individuare il Parkinson. Il dato più interessante è un altro: il corpo umano potrebbe lasciare continuamente nell’ambiente una quantità di informazioni molto maggiore di quanto immaginiamo. E imparare a leggerle potrebbe, in futuro, aiutare la medicina a riconoscere alcune malattie prima e in modo meno invasivo.