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Effetto Dunning-Kruger: perché i meno esperti si sopravvalutano

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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Quando sapere poco fa sentire molto sicuri

C’è una situazione che tutti, prima o poi, abbiamo incontrato: una persona parla con assoluta sicurezza di un argomento che conosce superficialmente, corregge gli altri, dispensa consigli e sembra non avere il minimo dubbio sulle proprie convinzioni. Al contrario, chi possiede competenze approfondite tende spesso a usare espressioni più prudenti: dipende, non ne siamo ancora certi, bisognerebbe approfondire.

È proprio questo apparente paradosso ad aver reso famoso l’effetto Dunning-Kruger, un fenomeno studiato in psicologia cognitiva che riguarda il rapporto tra competenza e capacità di valutare correttamente le proprie prestazioni.

L’idea di fondo è semplice: per capire quanto siamo bravi in qualcosa servono, almeno in parte, le stesse conoscenze necessarie per svolgere bene quel compito. Quando queste conoscenze mancano, può mancare anche la capacità di riconoscere i propri errori.

Il risultato è una particolare forma di sicurezza: non necessariamente fondata sulla competenza, ma sulla difficoltà di rendersi conto di ciò che ancora non si sa.

La ricerca che ha reso famoso il fenomeno

Il concetto nasce da uno studio pubblicato nel 1999 dagli psicologi David Dunning e Justin Kruger. I ricercatori partirono da una domanda curiosa: cosa succede quando una persona non possiede abbastanza competenze per valutare correttamente le proprie capacità?

Attraverso una serie di esperimenti, analizzarono diverse abilità, tra cui la comprensione della grammatica, il ragionamento logico e la capacità di riconoscere le battute umoristiche.

Emerse un risultato interessante: i partecipanti con le prestazioni peggiori tendevano a sopravvalutare maggiormente il proprio livello. Non solo ottenevano risultati inferiori a quelli che immaginavano, ma spesso non erano neppure consapevoli della distanza tra la propria percezione e la realtà.

Il problema, dunque, non sarebbe semplicemente non sapere qualcosa. È anche non possedere gli strumenti necessari per accorgersi di non saperla.

Il paradosso dell’incompetenza inconsapevole

Immaginiamo qualcuno che abbia appena iniziato a occuparsi di un argomento complesso.

All’inizio potrebbe conoscere poche nozioni fondamentali e avere la sensazione che il tema sia relativamente semplice. Più approfondisce, però, più scopre eccezioni, sfumature, contraddizioni e conoscenze specialistiche.

È proprio qui che può verificarsi un cambiamento nella percezione della propria competenza.

La persona che sa poco può pensare: «Ho capito tutto». Quella che comincia a sapere di più potrebbe invece pensare: «Più studio, più mi rendo conto di quanto sia complesso».

Non significa che gli esperti siano necessariamente insicuri o che chi è inesperto sia sempre arrogante. L’effetto Dunning-Kruger descrive una tendenza statistica osservata in determinati contesti, non una legge psicologica che permette di classificare automaticamente le persone.

Ed è una distinzione importante.

Più conoscenze possono significare anche più dubbi

Una delle caratteristiche più interessanti della competenza è che spesso modifica la percezione della complessità.

Quando conosciamo soltanto una parte di un problema, possiamo percepirlo come lineare. Quando iniziamo ad approfondirlo, emergono variabili che prima non vedevamo.

È un fenomeno comune in moltissimi settori.

Un principiante può pensare che imparare una lingua significhi semplicemente memorizzare vocaboli. Dopo anni di studio scopre invece idiomi, registri linguistici, eccezioni grammaticali, variazioni culturali e differenze di significato.

Lo stesso accade nella medicina, nella tecnologia, nella psicologia, nell’economia o nella ricerca scientifica.

La competenza non elimina necessariamente l’incertezza: spesso la rende più visibile.

Chi conosce bene un settore sa infatti quanto sia difficile generalizzare, quali siano i limiti delle evidenze disponibili e quali domande siano ancora senza risposta.

Perché sui social il fenomeno sembra ancora più evidente

L’effetto Dunning-Kruger viene spesso citato quando si parla di social network e disinformazione. Non è difficile capire perché.

Online, una persona può esprimere un’opinione su medicina, politica, psicologia, alimentazione o scienza senza dover dimostrare necessariamente di possedere una formazione specifica.

Inoltre, gli algoritmi tendono a favorire contenuti capaci di attirare attenzione. Una frase categorica può risultare più coinvolgente di una spiegazione piena di distinguo.

«È sicuramente così» funziona meglio, dal punto di vista comunicativo, di «le evidenze disponibili suggeriscono questa possibilità, anche se esistono alcune limitazioni».

Questo può creare un curioso cortocircuito: la sicurezza viene facilmente scambiata per competenza.

Ma sono due caratteristiche differenti.

Una persona può parlare con grande sicurezza e avere torto. Un’altra può esprimere dubbi e possedere invece una conoscenza molto più solida.

Non è una questione di intelligenza

Uno dei fraintendimenti più comuni riguarda proprio questo punto.

L’effetto Dunning-Kruger non significa semplicemente che le persone poco intelligenti pensano di essere intelligenti. Il fenomeno riguarda la relazione tra prestazione, conoscenza e capacità di autovalutazione in uno specifico ambito.

Una persona può essere molto competente nel proprio lavoro e completamente inesperta in un altro settore. E proprio in quest’ultimo potrebbe sopravvalutare le proprie capacità senza rendersene conto.

La competenza, quindi, non è una caratteristica globale dell’individuo.

Essere esperti in qualcosa non significa essere esperti in tutto.

Il rischio più grande è smettere di farsi domande

Forse la lezione più interessante dell’effetto Dunning-Kruger non riguarda tanto gli altri quanto noi stessi.

Tutti possiamo cadere nella trappola della sovrastima delle nostre conoscenze. Il problema nasce quando la sicurezza diventa impermeabile alle informazioni che potrebbero contraddirla.

Una delle strategie più efficaci per ridurre questo rischio è coltivare una forma di umiltà epistemica: riconoscere che ciò che sappiamo è parziale, distinguere le opinioni dalle evidenze e accettare la possibilità di avere torto.

Non significa dubitare continuamente di se stessi. Significa lasciare aperta la porta alla revisione.

Perché forse il vero segnale di competenza non è sapere sempre cosa dire.

A volte è sapere quando fermarsi, fare una domanda e ammettere: «Questo non lo so».

Foto di Janeke88 da Pixabay