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Meditazione e cervello: una settimana di pratica intensa produce effetti simili agli psichedelici?

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di magnific

Meditare intensamente per pochi giorni potrebbe produrre cambiamenti misurabili nel cervello e nell’organismo. È quanto suggeriscono nuove ricerche dedicate agli effetti delle pratiche contemplative intensive, un campo che sta attirando sempre più l’attenzione delle neuroscienze. Alcuni dei cambiamenti osservati ricordano quelli associati agli stati alterati di coscienza provocati dagli psichedelici. Il paragone è affascinante, ma richiede cautela: meditare non equivale ad assumere psilocibina, DMT o LSD e i meccanismi neurobiologici coinvolti possono essere profondamente differenti.

Cosa succede durante un ritiro intensivo

Un ritiro di meditazione è molto diverso da qualche minuto quotidiano di mindfulness. I partecipanti possono trascorrere numerose ore al giorno praticando meditazione guidata, esercizi di respirazione e tecniche di consapevolezza, spesso in un ambiente lontano dalle normali distrazioni. Questa immersione può modificare attenzione, percezione del corpo e rapporto con i propri pensieri. Proprio l’intensità dell’esperienza permette agli scienziati di studiare cosa accade quando il cervello viene sottoposto per diversi giorni consecutivi a un allenamento mentale particolarmente concentrato.

Un cervello che riorganizza le proprie connessioni

Gli studi di neuroimaging sulla meditazione indicano cambiamenti nella connettività funzionale, cioè nel modo in cui differenti regioni cerebrali comunicano tra loro. Particolare interesse riguarda reti coinvolte nell’attenzione, nell’elaborazione sensoriale e nella percezione del sé. Anche il cosiddetto default mode network, attivo durante il pensiero autoriferito e il vagare della mente, è frequentemente studiato. Gli psichedelici possono alterare profondamente l’organizzazione di queste reti, ed è proprio la presenza di alcune sovrapposizioni ad aver alimentato il confronto con la meditazione intensiva.

Perché si parla di effetti simili agli psichedelici

Il punto non è che il cervello sotto meditazione diventi identico a quello di una persona sotto l’effetto di una sostanza psichedelica. Alcune esperienze soggettive possono però assomigliarsi: riduzione della percezione dei confini dell’io, maggiore senso di connessione, alterazione della percezione del tempo e intensa consapevolezza delle sensazioni. Ricerche che hanno confrontato meditazione e psichedelici mostrano tuttavia anche differenze importanti: in alcuni esperimenti la meditazione aumenta la separazione tra determinate reti cerebrali, mentre sostanze come il DMT possono aumentare la comunicazione tra reti normalmente più distinte.

Non cambia soltanto il cervello

Alcune ricerche sui ritiri intensivi hanno analizzato anche ciò che accade nel resto dell’organismo. Sono stati osservati cambiamenti in marcatori collegati alla risposta immunitaria, al metabolismo e a molecole coinvolte nella regolazione del dolore e dello stress. Questi risultati alimentano l’ipotesi che la meditazione non agisca esclusivamente sulla mente, ma coinvolga l’interazione tra cervello, sistema nervoso, ormoni e sistema immunitario. Stabilire quanto questi effetti siano duraturi e clinicamente significativi richiede però studi più grandi e controllati.

Meditazione e psichedelici seguono strade differenti

Le sostanze psichedeliche classiche agiscono soprattutto attraverso specifici sistemi neurochimici, tra cui i recettori serotoninergici 5-HT2A, producendo modificazioni rapide e intense della percezione e della coscienza. La meditazione utilizza invece un allenamento ripetuto dell’attenzione e della consapevolezza, senza introdurre molecole esterne. Entrambe le esperienze possono arrivare a modificare alcuni aspetti della percezione del sé, ma percorrono strade biologiche differenti. Parlare di una meditazione come “psichedelico naturale” sarebbe quindi una semplificazione eccessiva.

I limiti degli studi vanno ricordati

La ricerca sui ritiri meditativi presenta ancora numerosi limiti. Molti studi coinvolgono campioni relativamente piccoli, spesso costituiti da persone già interessate o esperte nella meditazione. Inoltre, durante un ritiro cambiano contemporaneamente molti elementi: sonno, alimentazione, attività fisica, uso della tecnologia, interazioni sociali e livelli di stress. Diventa quindi difficile attribuire ogni cambiamento esclusivamente alla pratica meditativa. Anche il confronto con gli psichedelici riguarda specifici parametri cerebrali o esperienze soggettive e non una completa equivalenza neurobiologica.

Una nuova finestra sugli stati della coscienza

Nonostante questi limiti, studiare meditazione e psichedelici insieme può aiutare gli scienziati a comprendere uno dei problemi più affascinanti delle neuroscienze: come il cervello costruisca la percezione dell’io e possa modificarla. Esperimenti controllati hanno già mostrato che le due esperienze possono produrre cambiamenti distinti ma, sotto alcuni aspetti, complementari nella connettività cerebrale. La prospettiva non è dimostrare che una settimana di meditazione equivalga a una sostanza psichedelica, ma capire perché percorsi tanto differenti possano talvolta condurre a esperienze mentali con caratteristiche comuni. Ed è proprio questa convergenza a rendere la meditazione intensiva un interessante laboratorio naturale per studiare la coscienza.

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