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Foto di Mee Nee da Pixabay

Nell’antica Nubia, lungo il corso del Nilo nell’attuale Sudan, i bambini venivano tatuati. Alcuni di loro avevano meno di tre anni. È una scoperta sorprendente, emersa da un recente studio che riapre interrogativi profondi sul rapporto tra corpo, fede e cura nelle società del passato.

Grazie all’uso di tecniche di imaging a infrarossi, un team internazionale di ricercatori ha individuato tatuaggi su resti umani che per decenni erano rimasti invisibili a occhio nudo. I risultati, pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, suggeriscono che la pratica del tatuaggio nell’antica Nubia fosse molto più diffusa di quanto si credesse, coinvolgendo anche l’infanzia.

Una scoperta rimasta nascosta per decenni

Lo studio ha analizzato 1.048 individui vissuti tra il 350 a.C. e il 1400 d.C., provenienti da tre importanti siti archeologici: Semna South, Qinifab e Kulubnarti. Di questi, 27 presentavano tatuaggi chiaramente identificabili, quasi il doppio rispetto a quanto documentato in precedenza nella Valle del Nilo.

Molti resti erano stati scavati già negli anni ’60 e ’70, ma solo oggi, grazie alla luce nel vicino infrarosso, è stato possibile osservare sotto la superficie della pelle conservata. L’inchiostro, invisibile a occhio nudo, è così riemerso dal tempo.

A Kulubnarti, un insediamento cristiano medievale attivo tra il VII e il X secolo, almeno il 19% della popolazione risultava tatuato: una percentuale sorprendentemente alta.

Bambini tatuati: un gesto di fede?

La scoperta più destabilizzante riguarda i più piccoli. Alcuni bambini, persino sotto i tre anni, presentavano tatuaggi sulla fronte, sulle mani o sul corpo. In alcuni casi, i segni risultavano sovrapposti, indicando che il tatuaggio era stato ripetuto nel tempo.

Perché marchiare in modo permanente il corpo di un bambino?

Secondo gli studiosi, la risposta potrebbe trovarsi nella dimensione religiosa. I motivi ricorrenti – punti e linee disposti a rombo – sembrano richiamare la croce, simbolo centrale per le comunità cristiane nubiane. Il tatuaggio potrebbe aver rappresentato una sorta di battesimo corporeo: un modo per segnare definitivamente l’appartenenza alla fede cristiana.

In questo senso, i tatuaggi infantili nubiani potrebbero costituire una delle più antiche testimonianze di una tradizione cristiana del tatuaggio nell’Africa nord-orientale, forse collegata a pratiche ancora vive in alcune aree.

Il tatuaggio come cura e protezione

Ma la fede potrebbe non essere l’unica chiave di lettura. I ricercatori ipotizzano anche una funzione terapeutica. La presenza di tatuaggi sovrapposti suggerisce una ripetizione del gesto, forse legata a malattie ricorrenti.

La malaria, diffusa storicamente nella Valle del Nilo, causava febbri cicliche e forti dolori. In molte culture, il tatuaggio è stato associato a pratiche di guarigione o protezione simbolica. Non a caso, in alcuni adulti nubiani i tatuaggi sono stati trovati sulla schiena, una zona spesso collegata a rituali terapeutici.

I tatuaggi sembrano essere stati realizzati con piccole lame piuttosto che con aghi, producendo segni semplici ma rapidi. Secondo gli studiosi, è importante non giudicare questa pratica con lo sguardo contemporaneo: per quella comunità, tatuare un bambino poteva essere percepito come un gesto di cura, non più estremo di forargli le orecchie.

Corpo, infanzia e significato

Dalle mummie egizie a Ötzi, l’uomo del Similaun, il tatuaggio accompagna la storia dell’umanità da millenni. Ciò che rende unica la Nubia è l’estensione di questa pratica all’infanzia, a testimonianza di un legame profondo tra corpo, identità e spiritualità fin dai primi anni di vita.

Questi segni sulla pelle raccontano una visione del corpo non come spazio neutro, ma come luogo di appartenenza, protezione e significato. Un’idea lontana dalla nostra, ma capace ancora oggi di interrogarci su come ogni cultura iscriva sul corpo ciò che ritiene essenziale per la vita.

Foto di Mee Nee da Pixabay