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Foto di Tep Ro da Pixabay

Keith Thomas non muoveva più il corpo dal torace in giù dopo un incidente subacqueo nel 2020. Oggi, grazie a un esperimento pionieristico, è riuscito a “sentire” il mondo esterno di nuovo — ma attraverso la mano di un’altra persona.
Un risultato che fino a pochi anni fa sembrava appartenere alla fantascienza, e che oggi apre nuove prospettive nella connessione tra mente, corpo e tecnologia.

L’esperimento, condotto dai ricercatori del Feinstein Institutes for Medical Research di New York, ha dimostrato per la prima volta che è possibile creare un collegamento diretto tra il cervello di un individuo e il corpo di un altro. Una sorta di “ponte neurale” che permette non solo di controllare un arto estraneo, ma anche di percepire il tatto e la consistenza degli oggetti come se appartenessero al proprio corpo.

L’esperimento: sentire attraverso un’altra mano

Il progetto è iniziato nel 2023, quando a Thomas sono stati impiantati cinque gruppi di minuscoli elettrodi nelle aree del cervello legate al movimento e alla percezione tattile della mano destra.

Gli impulsi cerebrali venivano decodificati da un modello di intelligenza artificiale e inviati in modalità wireless a degli elettrodi posizionati sull’avambraccio, capaci di attivare i muscoli e ripristinare i movimenti.

Ma la vera rivoluzione è avvenuta in un secondo momento: gli scienziati hanno collegato il cervello di Thomas al corpo di una donna non disabile, equipaggiata a sua volta con sensori e stimolatori sulla mano.

Mentre la donna restava immobile, Thomas — semplicemente immaginando di muovere la propria mano — riusciva a muovere la mano dell’altra persona e, soprattutto, a sentire nel proprio cervello ciò che la mano toccava.

Bendato, ha distinto la consistenza e la pressione di tre oggetti diversi: una palla da baseball, una di gommapiuma morbida e una più rigida. La sua capacità di riconoscimento si è attestata attorno al 64% di precisione, un risultato eccezionale considerando la complessità del sistema.

Quando il pensiero diventa movimento

“Abbiamo creato una connessione mente-corpo tra due individui diversi”, ha spiegato Chad Bouton, responsabile del progetto.

L’obiettivo, tuttavia, non è solo quello di esplorare i limiti dell’intelligenza artificiale applicata alla neurotecnologia, ma anche di migliorare i percorsi di riabilitazione per chi ha subito gravi lesioni del midollo spinale.

In un altro esperimento, Thomas ha persino aiutato una donna parzialmente paralizzata, Kathy Denapoli, a compiere un gesto che per anni le era stato impossibile: afferrare una lattina e bere da sola.

Dopo settimane di allenamento connesso, Denapoli ha quasi raddoppiato la forza della sua mano, recuperando più rapidamente rispetto alle terapie tradizionali.

“È stato incredibile — ha raccontato Thomas — stavo aiutando qualcuno solo pensandoci.”

Etica e futuro della connessione cerebrale

Gli sviluppi di questa ricerca potrebbero rivoluzionare la riabilitazione neuromotoria, ma sollevano anche interrogativi etici profondi.

“È giusto permettere a una persona di controllare o sentire il corpo di un’altra?” si chiede Harith Akram dell’University College London Hospitals.

Il rischio, secondo diversi esperti, è quello di superare il confine tra empatia e invasione, tra condivisione e controllo.
Chi possiede davvero un’esperienza sensoriale condivisa? E fino a che punto è lecito intervenire sul corpo e sulla mente altrui?

Bouton, pur riconoscendo la complessità morale della sua scoperta, è convinto che questa tecnologia potrà restituire autonomia e dignità a milioni di persone.
Il prossimo passo sarà espandere i test a un numero maggiore di partecipanti e perfezionare i sensori per aumentare la precisione della trasmissione sensoriale.

La nuova frontiera della neuroempatia

Più che una semplice scoperta scientifica, l’esperimento di New York rappresenta una nuova frontiera del sentire umano.
Attraverso la tecnologia, diventa possibile condividere sensazioni, movimento e percezioni, aprendo la strada a una forma di connessione che fino a poco tempo fa sembrava solo metaforica.

L’esperienza di Keith Thomas è, in fondo, un promemoria potente: la mente umana conserva una straordinaria capacità di adattamento, anche di fronte alla perdita più radicale — quella del corpo.

E forse, un giorno, grazie a scoperte come questa, potremmo arrivare non solo a curare la paralisi, ma anche a riconnetterci gli uni agli altri in modi completamente nuovi.

Foto di Tep Ro da Pixabay