Hai mai letto un messaggio di una persona che conosci molto bene e avuto la sensazione di sentirla parlare nella tua testa, quasi come se fosse davanti a te?
Magari sono soltanto poche parole. Un “va bene”, un “ok”, un “ci sentiamo dopo”. Eppure, mentre le leggi, nella tua mente compare immediatamente quella particolare voce: il tono, la velocità con cui pronuncerebbe la frase, perfino quella sfumatura emotiva che non è affatto scritta.
E soprattutto, non leggi semplicemente le parole. Le senti nel modo in cui quella persona le direbbe.
Non è necessariamente suggestione e non significa che ci sia qualcosa di strano nel tuo modo di funzionare. È un esempio interessante di come il cervello riesca a utilizzare memoria, linguaggio, esperienza e immaginazione per ricostruire mentalmente un’esperienza uditiva anche quando non c’è alcun suono reale.
Il cervello può “sentire” senza che ci sia un suono
L’esperienza viene generalmente ricondotta al fenomeno dell’imagery uditiva, cioè la capacità di rappresentare mentalmente un suono in sua assenza.
È qualcosa che facciamo molto più spesso di quanto immaginiamo. Possiamo, per esempio, ricordare mentalmente una canzone senza ascoltarla, anticipare nella nostra testa la voce di qualcuno oppure immaginare il modo in cui verrebbe pronunciata una determinata frase.
Quando conosciamo bene una persona, questa rappresentazione può diventare particolarmente ricca.
Il cervello ha infatti accumulato nel tempo moltissime informazioni sulla sua voce: timbro, intonazione, ritmo, pause, accento, intensità e modalità con cui esprime emozioni. Non abbiamo bisogno di essere consapevoli di conservare tutte queste informazioni. Sono parte della nostra memoria della persona e delle esperienze che abbiamo condiviso con lei.
Per questo, davanti a una frase scritta, il cervello può utilizzare ciò che già conosce per completare ciò che nel messaggio manca.
La scrittura dice cosa è stato detto. La nostra memoria può contribuire a immaginare come sarebbe stato detto.
Perché con alcune persone funziona molto meglio?
Il fenomeno diventa particolarmente evidente con le persone che conosciamo bene.
Pensiamo a un messaggio ricevuto da un collega che frequentiamo poco. Leggiamo le parole e ne comprendiamo il significato. Ma se a scriverci è una persona molto vicina, può accadere qualcosa di diverso: nella nostra mente compare quasi automaticamente la sua voce.
Questo dipende anche dalla quantità di informazioni che possediamo su quella persona.
Più abbiamo ascoltato qualcuno, più abbiamo imparato a riconoscere le sue caratteristiche vocali e il suo modo abituale di comunicare. Ma non è soltanto una questione di voce.
Entrano in gioco anche il contesto e la relazione.
Un semplice “ok”, infatti, non contiene necessariamente un’emozione esplicita. Può essere neutro, affettuoso, irritato, ironico, freddo o rassicurante. Quando lo leggiamo, il nostro cervello non analizza soltanto le tre lettere: utilizza anche ciò che sa della persona e della situazione.
Ed è proprio qui che un messaggio apparentemente insignificante può diventare sorprendentemente ricco di significati.
Lo stesso “ok” può suonare completamente diverso
Immaginiamo di ricevere la parola “ok” da tre persone diverse.
Nel primo caso potremmo quasi sentire una voce tranquilla: “Ok, va bene”.
Nel secondo potremmo immaginare un tono secco e sbrigativo: “Ok.”
Nel terzo, magari, percepiremmo nella mente una sfumatura ironica che sulla schermata del telefono non esiste affatto.
Le lettere sono identiche. La rappresentazione mentale cambia.
Questo ci mostra quanto la comunicazione digitale sia diversa da quella faccia a faccia. Quando parliamo con qualcuno, abbiamo a disposizione moltissimi segnali: tono della voce, espressione del viso, gestualità, pause, postura. Nei messaggi gran parte di queste informazioni scompare.
Il cervello, però, non ama particolarmente i vuoti informativi. Quando dispone di sufficienti conoscenze pregresse, può utilizzare la memoria e il contesto per ricostruire ciò che non è esplicitamente presente.
Ed è anche uno dei motivi per cui un messaggio può essere interpretato in modi completamente diversi da persone diverse.
A volte, però, la nostra “voce mentale” può ingannarci
C’è un’altra faccia del fenomeno che merita attenzione.
Se da una parte riuscire a immaginare la voce di qualcuno rende la comunicazione più familiare e ricca, dall’altra può portarci a inserire nel messaggio qualcosa che il mittente non aveva necessariamente intenzione di comunicare.
Pensiamo a una frase come: “Fai come vuoi”.
Letta sullo schermo, è ambigua.
Se conosciamo molto bene la persona, potremmo sentirla mentalmente con un tono rassegnato. Oppure arrabbiato. Oppure ancora scherzoso.
Ma quella voce che abbiamo “sentito” nella nostra testa non proveniva dal telefono. È stata costruita dal nostro cervello sulla base delle informazioni disponibili.
Ed è qui che possono nascere molti dei piccoli fraintendimenti della comunicazione digitale.
Un messaggio privo di tono può diventare, nella nostra mente, un messaggio pieno di tono. E non sempre la nostra ricostruzione corrisponde alle intenzioni reali dell’altra persona.
La familiarità rende la comunicazione quasi “sonora”
In fondo, questa esperienza racconta qualcosa di molto interessante sul modo in cui funziona la memoria.
Quando conosciamo qualcuno a lungo, non conserviamo semplicemente un elenco di informazioni su quella persona. Costruiamo una rappresentazione molto più complessa: ricordi, voce, espressioni, gesti, abitudini linguistiche, emozioni associate e contesti condivisi.
Quando arriva un messaggio, basta un piccolo indizio per riattivare una parte di questa rete.
E così una frase scritta può smettere, per qualche istante, di sembrare soltanto una sequenza di caratteri sullo schermo. Può trasformarsi nella voce di qualcuno che conosciamo.
Forse è anche per questo che alcuni messaggi ci fanno sorridere ancora prima di averli riletti. Oppure ci fanno arrabbiare immediatamente. O ci fanno sentire la mancanza di qualcuno.
Non stiamo soltanto leggendo delle parole. Stiamo ricostruendo una persona attraverso quelle parole.
E la prossima volta che davanti a un semplice “ok” sentirai immediatamente nella testa la voce di chi te lo ha mandato, potrai ricordarti che, almeno in parte, è il tuo cervello che sta facendo quello che sa fare meglio: dare voce alle informazioni che possiede.
