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Sentirsi giovani non è solo una questione di età: cosa succede quando la mente non segue il calendario

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Foto di Jill Wellington da Pixabay

Ci sono persone che, pur avendo 60 anni, raccontano di sentirsi ancora trentenni. Altre, invece, possono avere un’età anagrafica relativamente giovane e sentirsi già stanche, invecchiate o “fuori tempo”. Tra questi due estremi esiste una dimensione spesso trascurata: l’età soggettiva, cioè il modo in cui percepiamo la nostra età al di là del numero scritto sulla carta d’identità.

La domanda “Quanti anni ti senti?” potrebbe sembrare banale, ma in realtà apre una finestra interessante sul nostro rapporto con il corpo, con il tempo e con il futuro. Perché non sempre l’età che abbiamo coincide con quella che sentiamo di avere.

L’età anagrafica racconta solo una parte di noi

L’età anagrafica è un dato oggettivo. Dice quanti anni sono trascorsi dalla nostra nascita, ma non racconta necessariamente come ci sentiamo, quanta energia percepiamo di avere, quali progetti coltiviamo o quanto ci sentiamo coinvolti nella vita.

L’età soggettiva, invece, è influenzata da moltissimi fattori: salute, esperienze personali, relazioni, attività quotidiane, soddisfazione di vita, cambiamenti importanti e persino dal modo in cui immaginiamo il nostro futuro.

Per questo due persone della stessa età possono vivere il tempo in maniera completamente diversa. Una può pensare “ho ancora tantissime cose da fare”, mentre l’altra può percepire ogni nuovo anno come una perdita di possibilità.

Quando sentirsi più vecchi diventa un segnale

Sentirsi occasionalmente più stanchi o più vecchi della propria età non significa necessariamente che ci sia un problema. Può essere una risposta normale a un periodo particolarmente difficile, a una malattia, a un lutto, a un cambiamento o semplicemente a una fase di maggiore affaticamento.

Il discorso cambia quando quella percezione diventa stabile e si trasforma in una sorta di identità: “ormai sono vecchio”, “non posso più fare certe cose”, “alla mia età è troppo tardi”.

In questi casi l’età può diventare una lente attraverso cui interpretiamo la realtà. E quella lente può influenzare le nostre scelte.

Se penso di essere ormai troppo vecchio per imparare qualcosa di nuovo, probabilmente eviterò di provarci. Se credo che alla mia età non sia più possibile conoscere persone, viaggiare, cambiare lavoro o innamorarsi, potrei smettere ancora prima di verificare se sia davvero così.

Non è quindi soltanto una questione di pensiero positivo. È il rapporto tra percezione, comportamento e possibilità.

Sentirsi giovani non significa negare il tempo

C’è però una differenza importante tra sentirsi giovani e cercare di cancellare la propria età.

Sentirsi più giovani non significa fingere di avere vent’anni, ignorare i cambiamenti del corpo o rifiutare il passare del tempo. Significa, piuttosto, non permettere automaticamente al numero degli anni di stabilire ciò che possiamo ancora desiderare.

Una persona può riconoscere perfettamente di avere 60, 70 o 80 anni e contemporaneamente sentirsi curiosa, vitale, interessata agli altri e desiderosa di fare esperienze.

In questo senso, invecchiare non coincide necessariamente con sentirsi vecchi.

Il rischio è quando iniziamo a vivere secondo gli stereotipi

La psicologia dell’invecchiamento ha mostrato quanto siano importanti le rappresentazioni che abbiamo della vecchiaia. Se immaginiamo l’invecchiamento esclusivamente come declino, perdita e rinuncia, possiamo finire per interiorizzare proprio queste aspettative.

Al contrario, considerare l’età come una fase che comporta cambiamenti ma anche nuove possibilità può modificare il modo in cui affrontiamo il tempo.

Questo non significa negare le difficoltà reali associate all’età. Significa evitare che gli stereotipi diventino una profezia che si autoavvera.

Perché dire “sono troppo vecchio” può essere molto diverso dal dire “questa cosa oggi la affronto in un modo diverso da quando avevo vent’anni”.

Nel secondo caso non stiamo rinunciando a noi stessi: stiamo semplicemente riconoscendo che siamo cambiati.

E forse la domanda giusta non è “quanti anni hai?”

Forse dovremmo iniziare a fare domande diverse.

Non soltanto: “Quanti anni hai?”.

Ma anche: “Che cosa ti incuriosisce ancora?”, “Che cosa hai voglia di imparare?”, “Che cosa ti fa sentire vivo?”, “Quali persone vuoi avere accanto?”, “C’è qualcosa che continui a rimandare perché pensi che ormai sia troppo tardi?”.

L’età è una misura del tempo trascorso. Non è necessariamente una misura della nostra vitalità, della nostra curiosità o delle possibilità che abbiamo davanti.

E forse una delle forme più sane di invecchiamento consiste proprio nel riuscire a dire: “Sì, gli anni passano. Ma io non ho ancora finito di diventare la persona che posso essere.”

La domanda, allora, non è soltanto quanti anni abbiamo.

È: quanti anni sentiamo di avere quando immaginiamo la nostra prossima possibilità?

Foto di Jill Wellington da Pixabay