
Il disturbo borderline di personalità non nasce da una singola causa. È il risultato complesso dell’interazione tra vulnerabilità individuali, fattori biologici, esperienze relazionali e ambientali. Una nuova ricerca aggiunge però un tassello importante alla comprensione dei suoi possibili meccanismi biologici: uno studio condotto in Germania e pubblicato su Nature Genetics ha identificato nove geni associati al disturbo borderline di personalità.
La scoperta è interessante perché contribuisce a spostare ulteriormente il modo in cui guardiamo a questa condizione. Per molto tempo, infatti, il disturbo borderline è stato raccontato soprattutto attraverso le sue manifestazioni più visibili: emozioni molto intense, difficoltà nelle relazioni, impulsività, paura dell’abbandono e una percezione di sé che può cambiare rapidamente. Oggi la ricerca sta cercando di comprendere anche ciò che accade a un livello più profondo, compreso il ruolo della componente genetica.
Che cos’è il disturbo borderline di personalità?
Il disturbo borderline di personalità (DBP) è una condizione caratterizzata da una marcata difficoltà nella regolazione delle emozioni e da una particolare instabilità che può coinvolgere le relazioni, l’immagine di sé e il comportamento.
Una persona con disturbo borderline può vivere le emozioni con un’intensità molto elevata e passare rapidamente da uno stato emotivo all’altro. La paura di essere abbandonata può diventare particolarmente intensa e influenzare il modo in cui interpreta le parole e i comportamenti delle altre persone.
Possono inoltre comparire impulsività, difficoltà nella gestione della rabbia, senso di vuoto, comportamenti autolesivi o altre condotte rischiose. Non tutte le persone presentano gli stessi sintomi e, soprattutto, il disturbo borderline non può essere ridotto a una persona “troppo emotiva” o “instabile”.
Dietro questa condizione esiste una sofferenza psicologica reale e complessa.
La genetica può spiegare il disturbo borderline?
È proprio qui che la nuova ricerca diventa particolarmente interessante, ma anche delicata da interpretare.
Identificare nove geni associati al disturbo non significa aver trovato “i geni del borderline”. La genetica delle condizioni psicologiche e psichiatriche è molto più complessa. Un’associazione genetica indica che alcune varianti possono essere collegate a una maggiore vulnerabilità, non che determinino inevitabilmente lo sviluppo della patologia.
In altre parole, avere una determinata variante genetica non significa essere destinati a sviluppare un disturbo borderline.
La componente genetica va considerata insieme a numerosi altri elementi. È più corretto parlare di vulnerabilità biologica che di destino biologico.
Una patologia che interessa una parte significativa della popolazione
Il disturbo borderline può interessare fino a circa il 2% della popolazione nei Paesi occidentali, secondo le stime riportate nella letteratura scientifica. Le donne ricevono inoltre una diagnosi circa tre volte più frequentemente degli uomini.
Anche questo dato, tuttavia, richiede cautela. Una maggiore frequenza delle diagnosi non dimostra necessariamente che il disturbo sia biologicamente tre volte più comune nelle donne. Possono intervenire differenze nel modo in cui i sintomi vengono riconosciuti, nella richiesta di aiuto, nei percorsi diagnostici e nelle modalità con cui uomini e donne vengono valutati dai servizi sanitari.
La ricerca contemporanea sta infatti cercando di comprendere meglio quanto le differenze osservate nelle diagnosi riflettano effettive differenze nella prevalenza e quanto, invece, siano influenzate da fattori sociali e clinici.
Il borderline non è scritto nel DNA
Questo è probabilmente il punto più importante da chiarire.
Quando si parla di genetica e salute mentale, il rischio è immaginare che esista un gene responsabile di una determinata patologia. Nella realtà, per condizioni complesse come i disturbi psichiatrici, entrano in gioco molti geni, ciascuno con effetti generalmente piccoli, insieme a fattori ambientali e alla storia individuale.
Il modo in cui una persona cresce, le relazioni che sperimenta, gli eventi stressanti, le esperienze traumatiche, le risorse personali e sociali e numerosi altri fattori possono interagire con le vulnerabilità biologiche.
Non esiste quindi una contrapposizione tra “è genetico” e “dipende dall’ambiente”. Le due dimensioni possono interagire continuamente.
Perché questa scoperta è importante?
Individuare associazioni genetiche può aiutare gli scienziati a comprendere meglio i meccanismi biologici coinvolti nel disturbo borderline e, nel lungo periodo, potrebbe contribuire allo sviluppo di strumenti diagnostici e terapeutici più precisi.
Ma siamo ancora lontani dall’idea di poter utilizzare un test genetico per stabilire se una persona svilupperà o meno il disturbo.
La ricerca genetica non serve soltanto a trovare una causa. Può aiutare a comprendere quali sistemi biologici sono coinvolti, come interagiscono tra loro e perché alcune persone possono essere maggiormente vulnerabili a determinate difficoltà psicologiche.
È una prospettiva che potrebbe contribuire anche a ridurre lo stigma.
Oltre l’etichetta: comprendere la persona
Parlare di disturbo borderline significa spesso confrontarsi con uno dei disturbi psicologici più stigmatizzati. Termini come “manipolativo”, “drammatico” o “imprevedibile” vengono ancora utilizzati per descrivere persone che, in realtà, possono vivere una sofferenza emotiva estremamente intensa.
Comprendere la componente biologica non significa eliminare quella psicologica. Al contrario, significa ricordare ancora una volta quanto sia complesso il funzionamento umano.
Una persona non coincide con la propria diagnosi e, allo stesso modo, una diagnosi non può essere spiegata da un singolo gene.
La scoperta dei nove geni associati al disturbo borderline rappresenta quindi un nuovo tassello, non una risposta definitiva. La direzione più interessante della ricerca sarà probabilmente quella capace di mettere insieme genetica, cervello, ambiente, relazioni ed esperienze di vita, senza ridurre la persona a nessuno di questi elementi preso singolarmente.
Perché comprendere una sofferenza psicologica non significa soltanto chiedersi da dove provenga.
Significa anche capire come si manifesta, che cosa la mantiene e, soprattutto, come possiamo aiutare chi la vive.
