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Avere un amico al lavoro può farci stare meglio

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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amico lavoro
Foto di StartupStockPhotos da Pixabay

Quanto conta una persona per decidere se stare bene al lavoro? Probabilmente più di quanto siamo abituati a pensare. Quando si parla di soddisfazione lavorativa, infatti, il discorso tende quasi sempre a concentrarsi su stipendio, carriera, flessibilità, orari e possibilità di crescita. Eppure esiste una variabile molto meno misurabile e forse proprio per questo spesso sottovalutata: le persone con cui condividiamo le nostre giornate.

Una ricerca condotta su 722 lavoratori ha osservato un’associazione tra la qualità della migliore amicizia sul posto di lavoro e la soddisfazione per il proprio impiego. Il dato suggerisce qualcosa di piuttosto intuitivo: il modo in cui viviamo il lavoro non dipende esclusivamente da ciò che facciamo, ma anche dalle relazioni che costruiamo mentre lo facciamo.

Perché otto ore trascorse davanti allo stesso computer possono sembrare molto diverse quando sappiamo di avere qualcuno con cui condividere una battuta, un problema, una pausa caffè o semplicemente uno sguardo d’intesa davanti a una giornata complicata.

L’amico del lavoro è più di un collega

Non tutti i rapporti professionali diventano amicizie, e non è necessario che accada. Ma quando una relazione supera il semplice rapporto funzionale tra colleghi può assumere un significato particolare. Avere una persona di riferimento sul lavoro significa avere qualcuno a cui rivolgersi non soltanto per chiedere informazioni o confrontarsi su un progetto, ma anche per raccontare quello che è successo durante una riunione, condividere una preoccupazione o sentirsi compresi.

Altri studi hanno trovato associazioni simili: una maggiore vicinanza e soddisfazione nei confronti dei colleghi tende a essere collegata a una maggiore soddisfazione lavorativa e, in alcuni casi, anche a una maggiore soddisfazione per la propria vita. Non significa che un’amicizia possa trasformare magicamente un lavoro che non ci piace in quello dei nostri sogni, ma che la dimensione relazionale può modificare profondamente il modo in cui attraversiamo quell’esperienza.

È una differenza importante. Possiamo non amare ciò che facciamo e, contemporaneamente, stare bene con le persone con cui lo facciamo. E a volte è proprio questo a rendere sostenibile una parte della nostra vita professionale.

Quel famoso “migliore amico” di cui parla Gallup

Anche le ricerche di Gallup hanno dedicato attenzione a questo aspetto. L’organizzazione continua a riportare un’associazione molto forte tra la presenza di un migliore amico sul lavoro e il livello di coinvolgimento professionale: secondo il dato più noto, chi dichiara di avere un migliore amico sul posto di lavoro è circa sette volte più propenso a essere coinvolto nel proprio lavoro.

Il numero può colpire, ma va letto con cautela: anche in questo caso si tratta di una relazione osservata nei dati e non della prova che avere un amico sia, da solo, la causa dell’engagement. È possibile che entrino in gioco anche altri elementi, dalla qualità dell’ambiente lavorativo alla cultura organizzativa, fino al senso di appartenenza.

Resta però una domanda interessante: che cosa succede quando al lavoro non abbiamo nessuno con cui sentirci davvero in relazione?

Quando il lavoro diventa un luogo di solitudine

Il rovescio della medaglia è forse ancora più significativo. Nel sondaggio condotto da KPMG nel 2025 su oltre mille professionisti, il 45% degli intervistati ha dichiarato di sentirsi isolato o solo sul lavoro almeno qualche volta, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.

È un dato che racconta una trasformazione più ampia del mondo professionale. Il lavoro contemporaneo ci permette di essere costantemente connessi e, allo stesso tempo, di avere sempre meno occasioni per sentirci realmente vicini. Possiamo essere presenti in una chat, collegati a una videoconferenza, raggiungibili via e-mail e contemporaneamente vivere una giornata quasi completamente priva di interazioni significative.

La differenza è sottile ma fondamentale: essere in contatto non significa necessariamente sentirsi connessi.

Una conversazione davanti alla macchina del caffè, una pausa condivisa o il semplice rituale di arrivare insieme in ufficio sono occasioni apparentemente insignificanti, ma possono contribuire a costruire quella familiarità che trasforma un gruppo di colleghi in qualcosa di più simile a una comunità.

Quando l’amicizia vale più di un aumento

Il sondaggio KPMG contiene anche un altro risultato curioso. Nel 2025, il 57% dei professionisti intervistati avrebbe preferito un lavoro con amici stretti, anche con uno stipendio del 10% inferiore rispetto al mercato, piuttosto che un impiego pagato il 10% in più ma privo di quelle relazioni.

Tradotto in termini economici, KPMG parla di un vero e proprio salary premium attribuito alle amicizie sul lavoro: una disponibilità a rinunciare a una parte della retribuzione pur di conservare un ambiente relazionale percepito come significativo.

Naturalmente non significa che le persone considerino i rapporti umani più importanti dello stipendio in assoluto. Significa piuttosto che, quando i bisogni economici fondamentali sono soddisfatti, il valore percepito di un lavoro non è esclusivamente monetario.

Ci sono appartenenza, riconoscimento, fiducia, complicità e possibilità di sentirsi parte di qualcosa. Elementi difficili da inserire in una busta paga, ma capaci di incidere sulla nostra esperienza quotidiana.

E quando arriva il momento di andarsene?

Forse è qui che questa storia diventa particolarmente familiare.

Lasciare un lavoro significa spesso pensare a ciò che non funzionava: lo stipendio, il capo, gli orari, la mancanza di prospettive, lo stress. Eppure, quando arriva il momento dei saluti, può emergere una sensazione sorprendente. Ciò che ci mancherà davvero potrebbe non essere il lavoro.

Potremmo scoprire che ci mancherà la persona con cui prendevamo il caffè ogni mattina, quella a cui scrivevamo durante una riunione per commentare sottovoce ciò che stava accadendo, il collega che sapeva quando lasciarci in pace e quando invece chiederci semplicemente: “Tutto bene?”.

Sono proprio queste piccole relazioni a dare spesso una forma umana a un ambiente che, altrimenti, rischierebbe di essere soltanto un luogo in cui produciamo qualcosa in cambio di uno stipendio.

Forse il welfare aziendale dovrebbe partire anche da qui

Parlare di benessere lavorativo significa quindi parlare anche della possibilità concreta di costruire relazioni. Non obbligare le persone a diventare amiche, naturalmente, ma creare ambienti nei quali conoscersi sia possibile: spazi comuni, pause realmente rispettate, momenti informali, collaborazione e una cultura organizzativa che non consideri ogni conversazione non produttiva come una perdita di tempo.

Perché non tutto ciò che sembra improduttivo lo è davvero.

Una persona che si sente parte di un gruppo potrebbe affrontare meglio una giornata difficile, chiedere aiuto più facilmente, sentirsi maggiormente riconosciuta e avere più motivazione nel proprio lavoro. E, al contrario, un ambiente nel quale nessuno conosce davvero nessuno può diventare progressivamente più freddo, anche quando sulla carta tutto funziona.

Alla fine, forse, quando diciamo che vogliamo un lavoro migliore, non stiamo sempre parlando soltanto di un lavoro diverso.

A volte stiamo cercando un posto nel quale sentirci un po’ meno soli.

E quando arriva il momento di andarsene, può succedere che la cosa più difficile da lasciare non sia la scrivania, il ruolo o lo stipendio.

Siano le persone che, per qualche anno, hanno reso quel posto un po’ più casa.

Foto di StartupStockPhotos da Pixabay