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Amaxofobia: quando guidare diventa una fonte di paura

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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Foto di NoName_13 da Pixabay

Per alcune persone prendere la macchina e mettersi alla guida è un gesto talmente quotidiano da essere quasi automatico. Per altre, invece, può significare entrare in uno spazio nel quale il corpo comincia improvvisamente a mandare segnali d’allarme: cuore che accelera, mani che tremano, sudorazione, tensione muscolare, vertigini, difficoltà a respirare e, nei casi più intensi, un vero e proprio attacco di panico. Non è semplicemente “non amare guidare” e non è necessariamente una questione di scarsa sicurezza al volante. Quando la paura diventa intensa, persistente e porta a limitare concretamente la propria vita, può configurarsi come amaxofobia, cioè una paura marcata legata alla guida o alla possibilità di trovarsi alla guida.

Il termine deriva dal greco ámaxa, “carro”, e phóbos, “paura”, e viene utilizzato per indicare una condizione nella quale l’automobile può trasformarsi da strumento di libertà a fonte di minaccia percepita. La persona può avere paura di perdere il controllo, provocare un incidente, rimanere bloccata nel traffico, guidare in autostrada, attraversare una galleria, affrontare una strada sconosciuta oppure trovarsi lontana da casa. In alcuni casi la paura compare dopo un incidente o un’esperienza traumatica; in altri può svilupparsi gradualmente, anche senza un episodio preciso che la persona riesca a identificare.

Quando la paura comincia prima ancora di partire

Una delle caratteristiche più insidiose dell’ansia alla guida è che non è necessario essere già dentro l’auto perché il corpo inizi a reagire.

A volte basta pensare alla possibilità di guidare. Si avvicina un appuntamento e compare l’agitazione. Si controlla il percorso più volte, si immagina il traffico, si cercano strade alternative, si valuta se qualcuno può accompagnarci. La mente comincia a costruire scenari nei quali qualcosa potrebbe andare storto e il corpo reagisce a quella possibilità come se il pericolo fosse già presente.

È il funzionamento tipico dell’ansia: il cervello non deve necessariamente trovarsi davanti a una minaccia reale per attivare un sistema di allarme. È sufficiente che interpreti una situazione come potenzialmente pericolosa.

E così una persona perfettamente capace di guidare può ritrovarsi a dubitare delle proprie capacità proprio nel momento in cui dovrebbe sentirsi più sicura.

Il paradosso dell’evitamento

A questo punto entra in gioco uno dei meccanismi più importanti.

La persona ha paura di guidare. Decide quindi di evitare l’autostrada, poi le strade trafficate, poi i percorsi più lunghi. Magari inizialmente rinuncia soltanto a qualche tragitto, ma lentamente il perimetro si restringe: non guida da sola, non guida di notte, non va in luoghi sconosciuti, preferisce farsi accompagnare.

Ogni volta che evita la situazione temuta, però, succede qualcosa di molto potente: l’ansia diminuisce.

Ed è proprio questo sollievo a rendere l’evitamento così difficile da interrompere.

Il cervello può imparare una lezione apparentemente logica ma ingannevole: “Sono stato meglio perché non ho guidato. Quindi guidare era davvero pericoloso.”

La volta successiva la paura potrebbe presentarsi ancora più rapidamente.

Si crea così un circolo: paura → evitamento → sollievo → conferma della paura → maggiore evitamento.

Non è mancanza di volontà. È un meccanismo di apprendimento molto comune nei disturbi d’ansia e nelle fobie.

Il problema non è soltanto la macchina

L’amaxofobia può diventare particolarmente invalidante quando comincia a modificare la vita della persona.

Un viaggio viene rimandato. Un lavoro diventa difficile da raggiungere. Si rinuncia a un’occasione sociale perché nessuno può accompagnarci. Si scelgono luoghi soltanto perché facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici. Si dipende continuamente da partner, familiari o amici.

A quel punto la paura dell’automobile non riguarda più soltanto l’automobile.

Riguarda la libertà di movimento, l’autonomia, la possibilità di scegliere dove andare e, talvolta, l’immagine che la persona ha di sé.

“Perché gli altri riescono e io no?”

“E se mi venisse un attacco di panico mentre sono alla guida?”

“E se perdessi il controllo?”

“E se non riuscissi a fermarmi?”

Domande di questo tipo possono diventare pensieri ricorrenti e alimentare ulteriormente l’attenzione verso ogni piccolo segnale corporeo.

La paura dei sintomi può diventare paura della paura

Per alcune persone il problema non è soltanto ciò che potrebbe accadere sulla strada, ma ciò che potrebbe accadere dentro il proprio corpo.

Il cuore accelera e nasce il timore di avere un infarto. La respirazione cambia e si pensa di non riuscire più a respirare. Compare una sensazione di vertigine e si teme di perdere il controllo.

Il sintomo fisico diventa allora una nuova minaccia.

Questo può creare un meccanismo particolarmente delicato: la persona comincia ad avere paura delle proprie reazioni ansiose, e questa paura aumenta l’attivazione fisiologica che, a sua volta, sembra confermare che qualcosa non va.

È uno dei motivi per cui lavorare soltanto sul pensiero “non succederà nulla” non è sempre sufficiente. Diventa importante comprendere il funzionamento dell’ansia e imparare progressivamente a tollerare le sensazioni corporee senza interpretarle automaticamente come segnali di pericolo.

Uscire dalla paura non significa buttarsi nel traffico

Quando l’evitamento mantiene il problema, la soluzione non consiste semplicemente nel costringersi a fare la cosa più difficile possibile.

Nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale, uno degli interventi utilizzati per le fobie è l’esposizione graduale: affrontare progressivamente le situazioni temute, costruendo una gerarchia calibrata sulla persona e lavorando sulle interpretazioni catastrofiche e sui comportamenti di sicurezza.

La gradualità è importante.

Per qualcuno il primo passo potrebbe essere semplicemente sedersi al posto di guida con l’auto ferma. Per qualcun altro fare un breve tragitto conosciuto accompagnato, per poi aumentare lentamente autonomia e complessità. Non esiste una sequenza universale: l’esposizione deve essere adattata alla persona, alla natura della paura e al livello di compromissione.

L’obiettivo non è arrivare a guidare senza provare mai più ansia.

È imparare che provare ansia non significa necessariamente essere in pericolo e che una sensazione sgradevole può essere attraversata senza dover fuggire immediatamente.

E se la paura è nata dopo un incidente?

In questi casi la storia può essere diversa.

Dopo un incidente stradale, anche quando non ci sono conseguenze fisiche importanti, è comprensibile sviluppare maggiore prudenza, tensione o paura. Se però la risposta diventa persistente e interferisce significativamente con la vita quotidiana, può essere utile una valutazione psicologica per comprendere se siano presenti sintomi riconducibili a una risposta traumatica, a una fobia specifica o ad altri problemi d’ansia.

Non tutte le paure alla guida sono uguali e non tutte richiedono lo stesso intervento.

Per questo è importante evitare l’autodiagnosi: il termine “amaxofobia” può descrivere fenomeni diversi e non sostituisce una valutazione clinica.

La macchina, alla fine, è soltanto il luogo in cui la paura si manifesta

Forse è questo l’aspetto più interessante da comprendere.

Quando una persona dice “ho paura di guidare”, dietro quella frase possono esserci esperienze molto diverse: paura di perdere il controllo, paura dell’incidente, paura delle sensazioni fisiche dell’ansia, paura di essere lontani da un luogo sicuro, una precedente esperienza traumatica, una generale vulnerabilità ansiosa.

L’automobile diventa il contesto nel quale tutti questi elementi possono incontrarsi.

Ecco perché limitarsi a dire “devi avere più coraggio” serve a poco.

La paura non scompare perché qualcuno ci dice che non ha senso averla. Spesso ha bisogno di essere compresa, attraversata e progressivamente ridimensionata attraverso nuove esperienze.

E forse il primo passo non è neppure accendere il motore.

È smettere di considerare la propria paura come una prova di incapacità.

Perché quando l’ansia ci convince che dobbiamo evitare qualcosa per stare al sicuro, quel sollievo immediato può avere un prezzo molto più alto nel tempo: una vita sempre più piccola, organizzata intorno a ciò che temiamo.

Recuperare la possibilità di guidare, quando è questo l’obiettivo della persona, significa allora recuperare qualcosa che va molto oltre il volante.

Significa tornare a scegliere dove andare.

Foto di NoName_13 da Pixabay