La vitamina D è considerata un elemento fondamentale per la salute dell’organismo. Tra le tante funzioni ad essa associate, c’è la capacità di rinforzare il sistema immunitario. Un compito che può sembrare vago e infatti non si sapeva realmente fin dopo di spingesse tale aiuto. Negli ultimi anni, diversi studi hanno collegato bassi livelli negli anziani a un aumento del rischio di deterioramento cognitivo e demenza, come nei casi di diagnosi del morbo di Alzheimer, ma restava da chiarire se livelli adeguati già nella mezza età possono contribuire a proteggere il cervello nel lungo periodo.
Una nuova ricerca risottolinea che i livelli sani di vitamina D durante la mezza età sono associati a una minore presenza futura di depositi della proteina tau, un indicatore biologico collegato alla malattia di Alzheimer. Sono stati coinvolti oltre 790 tra uomini e donne con un’età media di circa 39 anni e senza segni di demenza. I livelli di vitamina D sono stati misurati tramite analisi del sangue e, circa 16 anni dopo, 430 partecipanti sono stati sottoposti a scansioni per individuare gli accumuli.
Alzheimer: tutto l’aiuto valido
I risultati hanno mostrato che le persone con maggiori livelli iniziali di vitamina D tendevano ad avere meno accumuli di proteina tau nel periodo di tempo indicato. Non è invece emersa una relazione significativa con la proteina beta-amiloide. Secondo i ricercatori, si tratta di una delle prime prove che collega la vitamina D nella fase iniziale della mezza età con marcatori cerebrali precoci della demenza e, più nello specifico, per il morbo di Alzheimer.
Le parole dei ricercatori: “Sebbene questi risultati siano molto interessanti, dimostrano solo un’associazione tra la vitamina D e i primi segni di demenza nel cervello. Saranno necessari ulteriori studi, ad esempio una sperimentazione clinica, per determinare se gli integratori di vitamina D possano prevenire la demenza. ‘integrazione con dosi più elevate di vitamina D e/o per periodi di tempo più lunghi in individui più giovani e cognitivamente sani potrebbe essere benefica, poiché la finestra temporale per la modifica della malattia è maggiore. Tuttavia, ciò richiederà una verifica formale in sperimentazioni cliniche.”
