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Long COVID e autoimmunità: scoperto il meccanismo dietro i sintomi cronici

Federica VitalePubblicato il Aggiornato il 4 min di lettura
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Foto Usman Yousaf Unsplash

A distanza di anni dall’inizio della pandemia, milioni di persone in tutto il mondo continuano a fare i conti con gli strascichi del virus, una condizione cronica e debilitante nota come Long COVID. Per molto tempo, la persistenza di sintomi come la stanchezza estrema, la nebbia cognitiva e i dolori muscolari è rimasta un mistero frustrante per i medici e un calvario invisibile per i pazienti. Oggi, però, la ricerca scientifica internazionale sta convergendo verso una spiegazione biologica solida e stringente: alla base dei sintomi lunghi del COVID-19 c’è una risposta autoimmune anomala scatenata dall’infezione iniziale.

Il sistema immunitario fuori controllo

Il cuore del problema risiede nel modo in cui l’organismo reagisce all’incontro con il coronavirus. Durante l’infezione acuta, il sistema immunitario si attiva per produrre anticorpi mirati a neutralizzare il virus. In una percentuale significativa di individui, tuttavia, questo meccanismo di difesa subisce un vero e proprio cortocircuito. Invece di spegnersi una volta eliminato l’agente patogeno, le cellule immunitarie continuano a rimanere in uno stato di iperattivazione costante, iniziando a produrre “autoanticorpi“, ovvero particelle impazzite che non riconoscono più i tessuti sani dell’organismo e iniziano ad attaccarli.

La minaccia invisibile degli autoanticorpi

Gli studi di laboratorio hanno confermato che i pazienti affetti da Long COVID presentano nel sangue livelli insolitamente elevati di questi autoanticorpi. La loro presenza non è un semplice effetto collaterale privo di conseguenze, ma la causa diretta dei danni multiorgano riscontrati nella clinica. Queste molecole immunitarie aggressive possono colpire diversi bersagli all’interno del corpo: dai recettori che regolano la pressione sanguigna e il battito cardiaco, fino alle strutture del sistema nervoso centrale, spiegando così l’incredibile eterogeneità e la natura multisistemica dei sintomi riferiti dai malati.

All’origine della nebbia cognitiva

Uno dei sintomi più invalidanti e diffusi del Long COVID è la cosiddetta brain fog o nebbia cognitiva, caratterizzata da difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria e perenne confusione mentale. La pista dell’autoimmunità offre una chiave di lettura chiarificatrice anche per questo fenomeno. Gli autoanticorpi, infatti, sono in grado di superare o alterare la barriera ematoencefalica, la struttura che protegge il cervello dalle sostanze nocive presenti nel sangue. Una volta penetrati nel tessuto cerebrale, provocano uno stato di neuroinfiammazione cronica che altera la normale comunicazione tra i neuroni.

L’attacco ai vasi sanguigni e la microcoagulazione

L’azione distruttiva della risposta autoimmune si riversa con forza anche sull’endotelio, il rivestimento interno dei vasi sanguigni. Quando gli autoanticorpi bersagliano queste cellule, innescano un’infiammazione vascolare diffusa nota come endotelite. Questo stato infiammatorio cronico favorisce la formazione di microcoaguli nel sangue, microscopici grumi che ostruiscono i capillari e riducono l’afflusso di ossigeno e nutrienti ai tessuti e ai muscoli. È proprio questa carenza di ossigenazione a livello cellulare a determinare l’astenia profonda, ovvero quella stanchezza devastante che non passa nemmeno con il riposo.

Il paradosso delle infezioni lievi

Un aspetto che ha a lungo sorpreso gli epidemiologi è il fatto che il Long COVID possa svilupparsi anche in soggetti che hanno superato l’infezione da COVID-19 in forma totalmente lieve o asintomatica. L’ipotesi autoimmune risolve questo paradosso: la gravità della malattia acuta dipende dalla carica virale e dalla capacità distruttiva del virus, mentre l’autoimmunità è legata alla predisposizione individuale del sistema immunitario a perdere l’orientamento. Basta un input minimo, come un’infezione leggera, per accendere un focolaio autoimmune che poi si alimenta da solo nel tempo.

Verso una diagnosi oggettiva e biomarcatori chiari

Il riconoscimento del Long COVID come patologia su base autoimmune sta finalmente cambiando l’approccio diagnostico, offrendo risposte a chi per anni si è sentito dire che i propri sintomi erano di natura ansiosa o psicosomatica. I ricercatori stanno lavorando all’identificazione di biomarcatori specifici nel sangue, come pannelli di autoanticorpi dedicati, che possano permettere di diagnosticare la condizione con un semplice prelievo. Questo passo avanti non solo convaliderà ufficialmente la sofferenza dei pazienti, ma permetterà di mappare con precisione l’andamento della malattia.

La svolta terapeutica: curare l’autoimmunità

La comprensione di questo meccanismo biologico apre le porte a strategie terapeutiche completamente nuove e mirate, mutuate dal campo delle malattie autoimmuni classiche come il lupus o l’artrite reumatoide. Le sperimentazioni cliniche più promettenti si stanno concentrando sull’uso di farmaci immunomodulatori, capaci di “resettare” il sistema immunitario, e su terapie di immunoadsorbimento o plasmaferesi, tecniche che permettono di filtrare letteralmente il sangue del paziente per rimuovere gli autoanticorpi tossici in circolazione. La strada verso una cura definitiva è finalmente tracciata.

Foto di Usman Yousaf su Unsplash