
Quando pensiamo all’impatto del cambiamento climatico sull’economia, le immagini che ci vengono in mente sono quelle di siccità in Africa o uragani nei Caraibi. Eppure anche le economie sviluppate non sono immuni. L’estate del 2025, tra le più calde mai registrate in Europa, lo ha dimostrato.
A prima vista, le alte temperature sembrano un vantaggio: spiagge affollate, pub e giardini pieni, barbecue accesi. In Gran Bretagna, il British Retail Consortium ha registrato a giugno un aumento delle vendite al dettaglio del 3,1% rispetto all’anno precedente, trainato da alimenti, bevande e spese per il tempo libero.
Ma dietro questo slancio iniziale si nasconde il conto salato del caldo.
I rischi per la salute e la produttività
Le alte temperature hanno conseguenze dirette sulla salute: aumentano i casi di stress termico, colpi di calore e persino decessi. Ma il problema si riflette anche nel mondo del lavoro.
Chi lavora all’aperto, dagli agricoltori agli operai edili, subisce i maggiori rischi. Ma nemmeno chi lavora al chiuso è al sicuro: uffici e abitazioni, spesso progettati per trattenere il calore, diventano vere e proprie trappole termiche.
Non sorprende che alcuni sindacati britannici abbiano lanciato una campagna per introdurre una temperatura massima di 30 °C per i lavori al chiuso non faticosi, visto che oggi le linee guida prevedono solo una soglia minima di 16 °C.
L’agricoltura tra le vittime principali
L’estate 2025 ha mostrato la fragilità del settore agricolo. Metà dei raccolti di cereali e patate in alcune regioni è andata perduta, i pascoli si sono prosciugati e il bestiame ha sofferto il caldo.
Il risultato? Raccolti anticipati di due o tre settimane, perdite economiche consistenti e un impatto diretto sul prezzo dei beni alimentari.
I numeri dello studio: un grado in più, miliardi in meno
Lo studio condotto dai ricercatori Lotanna Emediegwu, Jubril Animashaun e Verónica Vienne Arancibia, pubblicato sull’Oxford Bulletin of Economics and Statistics, ha analizzato oltre vent’anni di dati economici locali nel Regno Unito.
La conclusione è netta: un aumento di appena 1 °C nelle temperature estive riduce la crescita economica del 2,4%. Un dato che, tradotto in cifre, significa miliardi di euro persi ogni anno.
Chi paga il prezzo più alto
Gli effetti delle estati torride non sono distribuiti in modo uniforme. Le aree più ricche del Paese, con un PIL superiore alla media, si rivelano più vulnerabili agli shock climatici.
Anche i consumi energetici offrono un indizio. Nei mesi estivi la domanda di elettricità cala: un apparente risparmio che in realtà segnala una riduzione dell’attività industriale, la chiusura di uffici e il rallentamento dei processi produttivi.
Caldo estremo: una sfida economica oltre che ambientale
Lo studio evidenzia come le estati sempre più calde non siano soltanto un disagio climatico, ma un freno strutturale per l’economia. Le perdite agricole, la diminuzione della produttività e l’aumento dei rischi sanitari rendono il caldo estremo una questione che va ben oltre l’ambiente.
Prepararsi a temperature sempre più elevate, con strategie di adattamento e politiche mirate, non è più una scelta ma una necessità economica urgente.








