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A settembre vuoi cambiare lavoro? Ecco perché succede

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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settembre cambiare lavoro
Foto di Memin Sito da Pixabay

C’è un momento preciso, spesso durante i primi giorni di settembre, in cui la domanda arriva quasi senza essere invitata: “Ma io cosa ci faccio ancora qui?”. Dopo settimane di ritmi diversi, giornate più lente e notifiche silenziate, tornare davanti allo schermo del computer può produrre una sensazione stranamente intensa. La scrivania è la stessa, le persone sono le stesse, le riunioni sono le stesse, ma qualcosa sembra essere cambiato. E quel qualcosa, molto spesso, siamo noi.

Non è soltanto una sensazione individuale. Il mercato del lavoro presenta una propria stagionalità, e i dati del LinkedIn Economic Graph mostrano che assunzioni, dimissioni e cambi di lavoro seguono nel corso dell’anno andamenti ricorrenti. L’analisi pubblicata nel 2025, basata sui dati LinkedIn dal 2016 al 2025, evidenzia come in diversi Paesi l’attività lavorativa rallenti nei mesi estivi, mentre settembre rappresenta in molte economie un momento di ripartenza. In Italia e Spagna, in particolare, agosto registra un rallentamento legato anche alla stagione delle ferie.

Ma dietro quei numeri c’è anche qualcosa di profondamente umano: il ritorno dalle vacanze può modificare il modo in cui guardiamo al nostro lavoro.

Le ferie non creano necessariamente l’insoddisfazione

Per settimane siamo immersi in una sequenza quasi automatica: sveglia, traffico o mezzi pubblici, lavoro, messaggi, scadenze, riunioni, responsabilità, casa. Il cervello si abitua al ritmo e, soprattutto, impara a filtrare ciò che non è immediatamente indispensabile.

È una forma di adattamento. Si può essere stanchi, frustrati o poco soddisfatti, ma continuare comunque a funzionare. Non perché il problema non esista, bensì perché non c’è abbastanza spazio mentale per guardarlo davvero.

Le ferie interrompono questa continuità. Per qualche giorno vengono meno le telefonate, le email, le riunioni, gli orari rigidi e quella sensazione di dover essere costantemente reperibili. Il silenzio, in questo senso, non è soltanto riposo: può diventare uno spazio di osservazione.

Ed è proprio allora che alcune domande tornano a galla.

Mi piace ancora quello che faccio?
Sono stanco oppure sono profondamente insoddisfatto?
Non sopporto questo periodo o non sopporto più questo lavoro?
Vorrei cambiare azienda, professione o semplicemente modo di lavorare?

La differenza non è affatto secondaria.

Quando tornare alla routine fa sembrare tutto più pesante

Il primo giorno di rientro può essere ingannevole. Dopo settimane lontano dal lavoro, la ripresa appare inevitabilmente faticosa. Ma se la sensazione di pesantezza non si limita ai primi giorni e diventa una percezione stabile, potrebbe essere utile ascoltarla senza trasformarla immediatamente in una decisione.

Non ogni malessere professionale significa che bisogna licenziarsi.

A volte ciò che manca è il recupero delle energie. Altre volte il problema riguarda un ambiente diventato tossico, una relazione difficile con il proprio responsabile, un carico di lavoro eccessivo, la mancanza di riconoscimento o l’assenza di prospettive. In altri casi ancora, è il lavoro stesso a non corrispondere più alla persona che siamo diventati.

Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti del “malessere da rientro”: non sempre è il lavoro a essere cambiato; qualche volta siamo cambiati noi.

Un ruolo che cinque anni prima sembrava perfetto può non esserlo più. Un’ambizione può essersi esaurita. Una priorità può essere diventata improvvisamente più importante. Quello che una volta consideravamo successo potrebbe non coincidere più con ciò che desideriamo oggi.

La voglia di cambiare lavoro arriva davvero a settembre?

Non esiste una regola per cui settembre sia necessariamente il mese delle dimissioni. I dati LinkedIn mostrano piuttosto che il mercato del lavoro segue cicli stagionali differenti a seconda dei Paesi e delle attività: le offerte possono raggiungere picchi in primavera e all’inizio dell’estate, mentre in alcune economie si osserva una nuova crescita delle opportunità in autunno.

Questo significa che la sensazione “a settembre cambio tutto” non va letta semplicemente come una conseguenza delle vacanze.

Settembre funziona spesso come una soglia psicologica.

È il mese dei nuovi inizi, dei progetti rimessi in ordine, delle agende che si riempiono, delle iscrizioni, delle decisioni rimandate. Dopo la parentesi estiva, molte persone sentono il bisogno di riprendere in mano ciò che durante l’anno hanno lasciato in sospeso. Anche la carriera finisce così sotto esame.

E non è un caso che proprio davanti a quella sensazione di insoddisfazione molte persone inizino a osservare le offerte di lavoro, aggiornare il curriculum o tornare a frequentare LinkedIn con maggiore attenzione.

Prima di cambiare, vale la pena capire cosa non funziona

Il rischio è confondere il desiderio di cambiamento con il bisogno di fuga.

Cambiare lavoro può essere una scelta necessaria e positiva, ma una decisione presa esclusivamente per interrompere una sofferenza momentanea potrebbe non risolvere il problema. Se ciò che pesa è il modo in cui viviamo il lavoro, cambiare azienda potrebbe essere sufficiente. Se invece il problema riguarda il significato che attribuiamo alla nostra attività, potrebbe essere necessario interrogarsi più profondamente.

Una domanda può aiutare: “Se domani avessi un altro lavoro, cosa vorrei fosse diverso?”

La risposta è spesso più utile del semplice “voglio andarmene”.

Se emergono parole come autonomia, tempo, riconoscimento, creatività, relazioni, sicurezza o senso, allora forse il problema non è soltanto quel posto di lavoro. È il bisogno di recuperare alcune condizioni che oggi non sono più presenti.

Quella vocina forse era già lì

Alla fine, settembre potrebbe non essere il mese in cui improvvisamente decidiamo di cambiare vita. Potrebbe essere semplicemente il mese in cui riusciamo finalmente a sentire una domanda che era già presente.

Le ferie non hanno necessariamente creato l’insoddisfazione. Hanno tolto, per qualche settimana, parte del rumore che la copriva.

E così, davanti alla solita scrivania, può diventare più difficile raccontarsi che va tutto bene.

Non significa che domani bisogna consegnare le dimissioni. Significa, forse, che quella sensazione merita di essere ascoltata. Perché tra il “non ne posso più” e il “devo cambiare tutto” esiste uno spazio importante: quello della consapevolezza.

Ed è proprio lì che può cominciare una decisione davvero nostra. 

Foto di Memin Sito da Pixabay