Le microplastiche potrebbero entrare nella complessa storia della sclerosi laterale amiotrofica (SLA), ma per ora sotto forma di indizio, non di causa dimostrata. Uno studio pubblicato il 3 agosto 2026 su Brain Communications ha misurato nano e microplastiche nel sangue e, soprattutto, nel liquido cerebrospinale (liquor) di persone con SLA, confrontandole con individui senza la malattia. I ricercatori hanno trovato concentrazioni mediamente superiori nei pazienti. È uno dei primi studi in vivo a esaminare direttamente queste particelle nel sistema nervoso centrale e il primo, secondo gli autori, a studiarne specificamente l’associazione con la SLA.
Uno studio guidato da ricercatori italiani
La ricerca è stata coordinata da Marco Vinceti e Jessica Mandrioli dell’Università di Modena e Reggio Emilia, con la partecipazione dell’Università di Catania e di ricercatori della Boston University e della University of California, Berkeley. Sono stati esaminati 24 pazienti con SLA di nuova diagnosi e 20 controlli, con un’età mediana di circa 56 anni. I campioni provenivano da persone reclutate nell’Italia settentrionale. Per ciascun partecipante erano disponibili campioni abbinati di siero e liquor, consentendo di confrontare la presenza delle particelle nella circolazione sanguigna con quella nel fluido che circonda cervello e midollo spinale.
Particelle minuscole direttamente nel liquor
Gli scienziati hanno concentrato l’analisi su particelle comprese tra 0,1 e 10 micrometri, includendo quindi piccole microplastiche e una parte della categoria delle nanoplastiche. Le dimensioni effettivamente rilevate arrivavano a circa 0,5 micrometri. La presenza nel liquor è particolarmente interessante perché indica che particelle plastiche estremamente piccole possono trovarsi nell’ambiente del sistema nervoso centrale. Nel complesso, inoltre, le concentrazioni misurate nel siero erano correlate positivamente con quelle presenti nel liquor, suggerendo una relazione tra esposizione sistemica e presenza delle particelle nel sistema nervoso.
Nei pazienti con SLA le concentrazioni erano maggiori
Il risultato centrale riguarda proprio il confronto tra i gruppi. I pazienti con SLA presentavano concentrazioni più elevate di nano e microplastiche sia nel siero sia nel liquor rispetto ai controlli. Dopo aver considerato età e sesso, i ricercatori hanno osservato un’associazione positiva tra concentrazione delle particelle nel liquor e probabilità di appartenere al gruppo con SLA. Per il sangue l’associazione diventava evidente soprattutto oltre una determinata concentrazione. È un risultato epidemiologico interessante, ma la formulazione corretta rimane “associazione”: non sappiamo ancora se l’esposizione alle particelle preceda e contribuisca alla malattia oppure se altri fenomeni spieghino la differenza.
Un possibile collegamento con il danno dei neuroni
I ricercatori hanno misurato anche la catena leggera dei neurofilamenti (NfL), un biomarcatore che aumenta quando gli assoni dei neuroni vengono danneggiati e che viene utilizzato anche nella ricerca sulla SLA. Tra i pazienti, concentrazioni più elevate di microplastiche nel siero erano associate a livelli maggiori di NfL. Curiosamente, la stessa associazione non è stata osservata per le particelle misurate nel liquor. Il dato potrebbe essere compatibile con un legame tra esposizione e danno neuroassonale, ma non consente di stabilire che le particelle plastiche siano responsabili della degenerazione dei motoneuroni.
Come potrebbero teoricamente danneggiare il cervello
L’ipotesi non nasce dal nulla. Esperimenti precedenti, soprattutto su cellule e animali, hanno suggerito che particelle plastiche molto piccole possano avere effetti neurotossici attraverso processi come stress ossidativo, neuroinfiammazione e alterazioni cellulari. Le nanoplastiche destano particolare interesse perché le dimensioni ridotte potrebbero facilitarne il passaggio attraverso alcune barriere biologiche. Ma trasferire questi risultati all’essere umano è difficile: esposizioni, dosi, polimeri, dimensioni e tempi possono essere molto differenti. Lo studio italiano fornisce quindi un importante collegamento epidemiologico, ma non identifica ancora il meccanismo attraverso cui le microplastiche potrebbero eventualmente contribuire alla degenerazione dei motoneuroni.
Potrebbe essere la SLA a favorirne l’accumulo
È il limite più importante dello studio. Trattandosi di una ricerca caso-controllo, le misurazioni sono state effettuate quando i pazienti avevano già ricevuto la diagnosi. Non è quindi possibile sapere con certezza cosa sia venuto prima. Gli stessi autori sottolineano la possibilità della causalità inversa: cambiamenti fisiologici, metabolici o comportamentali legati alla SLA potrebbero favorire l’accumulo delle particelle, anziché essere le microplastiche a favorire la malattia. Inoltre, appena 44 partecipanti rappresentano un campione molto piccolo e fattori come stile di vita, esposizioni chimiche o altre variabili potrebbero contribuire all’associazione osservata.
Una nuova pista, non la scoperta della causa della SLA
La SLA è una malattia multifattoriale: in alcuni pazienti intervengono mutazioni genetiche note, mentre nella maggioranza dei casi l’origine precisa rimane difficile da ricostruire e potrebbe coinvolgere una combinazione di predisposizione genetica e fattori ambientali. Il nuovo studio aggiunge le nano e microplastiche all’elenco delle esposizioni che meritano di essere investigate, ma saranno necessari campioni molto più grandi e studi prospettici che seguano le persone prima dell’insorgenza della malattia. Perciò non possiamo dire che le microplastiche causino la SLA. Possiamo però dire qualcosa di nuovo e significativo: particelle plastiche sono state misurate direttamente nel liquor e, nel piccolo campione studiato, erano presenti a concentrazioni maggiori nei pazienti con SLA. È un segnale che merita attenzione, ma la prova decisiva deve ancora arrivare.
