
La vitamina C è da sempre associata alla salute del sistema immunitario e alla prevenzione dei danni ossidativi. Ora, una nuova scoperta scientifica suggerisce che potrebbe avere un ruolo molto più profondo e mirato: rallentare l’insorgenza e la progressione del morbo di Alzheimer.
A dimostrarlo è un team di ricercatori dell’Istituto per la Ricerca e l’Innovazione in Salute (i3S) dell’Università di Porto, che ha individuato un meccanismo chiave attraverso cui la vitamina C agisce direttamente sulle cellule immunitarie del cervello.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Redox Biology, apre una prospettiva innovativa nella comprensione delle malattie neurodegenerative e ribalta una convinzione diffusa: non basta assumere vitamina C, è fondamentale che arrivi dove serve.
Il ruolo nascosto della microglia
Al centro della scoperta ci sono le cellule microgliali, considerate il sistema immunitario del cervello. Queste cellule svolgono una funzione cruciale nel mantenimento dell’equilibrio cerebrale: eliminano detriti, rispondono alle infiammazioni e proteggono i neuroni.
Nel morbo di Alzheimer, però, la microglia perde progressivamente la sua capacità di funzionare correttamente. Anziché proteggere il cervello, contribuisce alla neuroinfiammazione cronica, uno dei fattori che accelerano il deterioramento cognitivo.
I ricercatori dell’i3S hanno scoperto che questa disfunzione è strettamente legata a una carenza di vitamina C all’interno delle cellule microgliali. Non una carenza generica nell’organismo, ma una mancanza specifica all’interno del cervello.
Perché la vitamina C non basta assumerla
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda il modo in cui la vitamina C entra nelle cellule cerebrali. La vitamina viene assorbita sotto forma di ascorbato grazie a un trasportatore specifico, chiamato SVCT2.
Durante l’invecchiamento e nelle patologie neurodegenerative, questo trasportatore diventa meno efficiente. Il risultato? Anche aumentando l’assunzione di vitamina C attraverso la dieta o gli integratori, il cervello non riesce a utilizzarla.
Come spiega João Relvas, responsabile del gruppo di ricerca, il problema non è quanto ascorbato introduciamo, ma quanto riesce effettivamente a entrare nella microglia. Se il trasporto è compromesso, l’effetto protettivo della vitamina C si annulla.
Ripristinare il trasporto per rallentare la malattia
Nei modelli preclinici di Alzheimer, il team di Porto ha utilizzato tecniche di ingegneria genetica per aumentare l’espressione del trasportatore SVCT2.
Il risultato è stato significativo: ripristinando i livelli di vitamina C nella microglia, le cellule hanno recuperato gran parte delle loro funzioni protettive.
Secondo Camila Portugal, prima autrice dello studio, questo intervento non solo ha ritardato l’insorgenza dei sintomi, ma ha anche rallentato la progressione della malattia quando era già in corso. Un dato particolarmente rilevante, considerando che molte terapie falliscono proprio nelle fasi avanzate dell’Alzheimer.
Dalla genetica ai farmaci: il futuro della ricerca
Sebbene lo studio abbia utilizzato approcci genetici, l’obiettivo finale non è questo. I ricercatori stanno già lavorando per individuare molecole farmacologiche in grado di aumentare l’attività del trasportatore SVCT2.
Renato Socodato, membro del team, definisce il trasportatore un vero e proprio bersaglio terapeutico. L’idea è sviluppare un farmaco che permetta alla microglia di assorbire nuovamente la vitamina C in modo efficace, offrendo così una protezione continuativa al cervello.
Attualmente, il gruppo sta analizzando migliaia di composti con l’obiettivo di trovare una molecola sicura ed efficace, aprendo la strada a possibili trial clinici futuri.
Non solo Alzheimer: implicazioni più ampie
Un altro aspetto promettente della scoperta è la sua possibile applicazione ad altre malattie neurodegenerative. I ricercatori hanno osservato che la riduzione del trasporto di vitamina C è associata anche alla neuroinfiammazione nel morbo di Parkinson e in altre patologie del sistema nervoso.
Questo suggerisce che il meccanismo individuato potrebbe rappresentare un denominatore comune in diverse condizioni neurodegenerative, rendendo la strategia ancora più rilevante sul piano clinico.
Una scoperta che cambia prospettiva
La ricerca dell’Università di Porto non propone la vitamina C come una cura miracolosa, ma introduce un cambio di paradigma: il problema non è solo cosa assumiamo, ma come il nostro cervello riesce a utilizzarlo.
In un contesto in cui l’Alzheimer continua a crescere a livello globale e le opzioni terapeutiche restano limitate, questa scoperta offre una nuova direzione: intervenire precocemente sui meccanismi cellulari che mantengono il cervello in equilibrio.
Un passo in avanti che, se confermato negli studi clinici, potrebbe trasformare una vitamina comune in una chiave strategica contro una delle malattie più complesse del nostro tempo.
Foto di Moira Nazzari da Pixabay








