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Gli integratori di vitamina D potrebbero essere inefficaci nel trattamento della Covid-19. Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista PLOS Medicine e realizzato dai ricercatori della McGill University del Quebec, suggerisce che la somministrazione di integratori di vitamina D potrebbe non proteggere dalla COVID-19, la malattia provocata dal virus Sars-CoV-2.

Lo studio era incentrato sulle varianti genetiche legate all’aumento dei livelli di vitamina D nel sangue. Le persone il cui DNA contiene infatti una di queste varianti hanno maggiori probabilità di avere livelli più elevati di vitamina D, sebbene la dieta e altri fattori ambientali possano comunque influenzare tali livelli.

 

Lo studio sulle varianti genetiche che influenzano i livelli di Vitamina D

Nello specifico sono stati analizzati i dati su queste varianti genetiche in circa 14.000 persone con COVID-19. Questi dati sono stati in seguito confrontati con i dati genetici di oltre 1,2 milioni di persone che non avevano avuto la malattia.

Dal confronto dei dati è emerso che coloro che presentavano una di queste varianti genetiche che comportano livelli di vitamina D più elevati, non necessariamente avevano un rischio inferiore di infezione da coronavirus, ospedalizzazione o malattie gravi dovute alla COVID-19.

Questo potrebbe suggerire che la somministrazione di integratori di vitamina D non riduce il rischio di COVID-19, anche se, essendo nuovo il virus e la malattia, alcuni esperti pensano che siano ancora necessari ulteriori studi clinici per averne la certezza.

 

L’immunità innata e la vitamina D

Secondo il dottor Martin Kohlmeier, professore di nutrizione presso la Gillings School of Global Public Health dell’Università del North Carolina, questo studio e altri simili sono ben progettati e “tecnicamente eccellenti”, ma sono limitati dalle varianti genetiche prese in esame.

Kohlmeier spiega che la vitamina D svolge un ruolo nell’immunità innata del corpo, ovvero quella che si verifica immediatamente o entro poche ore dall’ingresso di un invasore, come un virus, nel corpo. Nel sangue, la vitamina D si trova in due forme: una legata ad una proteina e una libera. Ed è proprio quest’ultima forma ad essere coinvolta nell’immunità innata.

Il problema di questi studi dunque, come ha spiegato Kohlmeier, è che le varianti genetiche utilizzate negli studi di randomizzazione mendeliana della vitamina D, come questo, sono principalmente legate alla proteina che lega la vitamina D, ma non danno spesso indicazioni sulla sua quantità libera.

 

I limiti di questi studi nell’analisi della relazione tra Covid-19 e vitamina D

Inoltre questo tipo di analisi genetica, esamina solo la variazione dei livelli di vitamina D determinata dalla genetica appunto. Non tiene quindi conto di fattori esterni come la dieta, l’esposizione solare o altri fattori che potrebbero influenzare i livelli ematici di questo nutriente.

Bonnie Patchen, dottoranda presso la Cornell University, ha affermato che alcuni “studi randomizzati non mostrano alcun effetto della vitamina D ad alte dosi in pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19“. I ricercatori hanno infatti scoperto che la somministrazione di dosi elevate di vitamina D, non ha avuto alcun effetto sulla durata del soggiorno dei pazienti in ospedale.

Il Dr. David Meltzer, professore di medicina presso l’Università di Chicago, ed i suoi colleghi sono invece rimasti sorpresi nello scoprire che in pazienti affetti da Covid-19 con bassi livelli di vitamina D, non vi era alcun effetto della somministrazione di integratori di questo composto, sull’esito della malattia.

Al contrario invece, come dichiara lo stesso Meltzer, coloro che presentavano già alti livelli di “vitamina D e a cui è stata somministrata vitamina D aggiuntiva in realtà hanno avuto miglioramenti. Avevano meno probabilità di avere necessità della ventilazione meccanica e avevano meno probabilità di rimanere in terapia intensiva”.

Secondo Kohlmeier, il problema del trattamento con integratori di vitamina D in pazienti affetti da Covid-19, risiede nel fatto che “i medici hanno iniziato l’integrazione di vitamina D quando le persone erano già malate, molti giorni dopo l’infezione. Questo non affronta affatto la fase dell’immunità innata. Quindi potrebbe esserci o meno un beneficio della vitamina D in questa fase successiva della malattia”.

Dunque, dato che questo tipo di analisi genetica non esclude i potenziali benefici di dosi più elevate di vitamina D e a causa del ruolo della vitamina D nella risposta immunitaria precoce a un virus, Kohlmeier che debbano essere condotti studi randomizzati controllati su persone che non abbiano ancora contratto la malattia.

Meltzer sta a questo proposito reclutando volontari per due studi diversi clinici sulla vitamina D. Purtroppo però i risultati di questi studi potrebbero non essere disponibili fino alla fine di quest’anno. Ma di sicuro ci daranno un’idea più precisa della relazione tra la vitamina D e le infezioni respiratorie come la Covid-19.