I passaporti immunitari consentono di entrare in Ungheria

Le frontiere dell’Ungheria, munite di chilometri di filo spinato e recinzioni elettriche lungo il confine, e l’aperta ostilità del governo nei confronti dei migranti non rendono questo Paese il luogo più accogliente per gli stranieri. Questo accadeva già in tempi normali; oggi, nel bel mezzo della pandemia, l’Ungheria ha chiuso le porte praticamente a tutti, anche ai suoi vicini europei, a meno che essi non abbiano avuto il Covid-19: in tal caso, è possibile entrare nel Paese mostrando una sorta di “passaporti immunitari”. Per tutti questi motivi, non è questo il posto in cui ci si aspetterebbe di trovare una simile eccezione a regole d’ingresso altrimenti difficili.

 

I “passaporti immunitari” offrono nuove possibilità

Questa politica, entrata in vigore all’inizio di settembre, apre le porte ai visitatori che possono dimostrare di essere guariti Covid-19, portando la prova di un test sia positivo che negativo effettuato negli ultimi sei mesi. L’Islanda ha in programma di adottare una politica simile a partire dalla prossima settimana, e consente ai cittadini che hanno contratto la malattia in precedenza di ignorare l’obbligo della mascherina a livello nazionale.

Gli esperti definiscono questo tipo di politiche una sorta di “passaporto immunitario”. Ma la guarigione dal virus garantisce realmente l’immunità? Finora l’evidenza indica che la maggior parte delle persone ritiene che sia così. La dottoressa Ania Wajnberg, della Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital di New York, spiega alla CNN che è teoricamente possibile che alcune persone, anche se dotate di anticorpi, possano non essere completamente protette. Tuttavia, a suo avviso la maggior parte delle persone che risultano positive ai test per gli anticorpi è protetta per un certo periodo di tempo.

 

Il provvedimento suscita anche numerose perplessità

La dottoressa Wajnberg sta conducendo un esteso studio che coinvolge oltre 30000 persone che hanno contratto forme da lievi a moderate di Covid-19. La sua ultima ricerca, pubblicata in ottobre, mostra che oltre il 90% delle persone possiede anticorpi a sufficienza per uccidere il virus anche molti mesi dopo l’infezione e forse più a lungo. Quindi il rischio che chiunque entri in Ungheria in base a questa politica possa essere reinfettato, o infettare gli altri, è basso. Anche se la scienza non è ancora del tutto concorde sulla durata dell’immunità, sono stati documentati pochissimi casi di reinfezione. La dottoressa sostiene che questo può essere un modo ragionevole per cominciare a riaprire la società e permettere lo svolgimento di viaggi e affari.

Per quanto riguarda l’Islanda, il capo epidemiologo Thorolfur Gudnason è giunto alla stessa conclusione sulla base dei dati raccolti nel suo Paese e degli studi effettuati all’estero. Tutto sommato, però, vi sono ancora delle grandi riserve in merito all’introduzione dei “passaporti immunitari”. Carmel Shachar, esperta di bioetica e diritto sanitario della Harvard University, sostiene che i “passaporti immunitari” potrebbero potenzialmente ricompensare le persone incaute che si infettano dopo aver ignorato le regole contro il Covid-19 o minacciare la privacy sanitaria. Natalie Kopfer, bioeticista della stessa università, manifesta con decisione la propria opposizione al provvedimento, sostenendo che si tratta di una cattiva idea poiché può esacerbare le disuguaglianze esistenti.

Foto: Orsi Ajpek – CNN