
Perché alcune persone sembrano accumulare peso più facilmente di altre, anche in condizioni apparentemente simili? Alimentazione, attività fisica, sonno e ambiente hanno un ruolo fondamentale, ma anche la genetica contribuisce a regolare il modo in cui l’organismo utilizza l’energia. Alcune ricerche hanno individuato rare varianti genetiche associate a una maggiore protezione dall’obesità, perché possono modificare i segnali che decidono se l’energia debba essere conservata nel tessuto adiposo oppure consumata. In sostanza, alcune persone potrebbero possedere una sorta di vantaggio metabolico scritto nel DNA.
Un interruttore biologico per il metabolismo
Il nostro organismo è programmato per conservare l’energia in eccesso sotto forma di trigliceridi nel tessuto adiposo, una strategia che per gran parte della storia evolutiva ha rappresentato un vantaggio. Determinate alterazioni genetiche possono però modificare i circuiti molecolari coinvolti nell’accumulo e nel consumo energetico. In alcuni casi sperimentali, l’effetto finale è un aumento della termogenesi, cioè della produzione di calore attraverso il consumo di energia, con una maggiore utilizzazione degli acidi grassi come combustibile.
Il ruolo del grasso bruno e del grasso beige
Non tutto il tessuto adiposo svolge infatti la stessa funzione. Il grasso bianco è specializzato soprattutto nell’immagazzinamento dell’energia, mentre il grasso bruno possiede numerosi mitocondri ed è capace di consumare nutrienti per produrre calore. Esistono inoltre cellule adipose cosiddette beige che, in determinate condizioni, possono assumere caratteristiche simili a quelle brune. Le varianti genetiche che favoriscono questi meccanismi sono particolarmente interessanti perché potrebbero spostare l’equilibrio metabolico dall’accumulo verso il dispendio energetico.
Perché una piccola variazione del DNA può contare
Una variante genetica può modificare la quantità o il funzionamento di una proteina coinvolta in una determinata via metabolica. L’effetto può propagarsi attraverso una vera e propria cascata biologica, influenzando mitocondri, tessuto adiposo, utilizzo del glucosio e ossidazione dei grassi. È proprio questo tipo di meccanismo che interessa i ricercatori: capire come una caratteristica genetica naturalmente presente in alcune persone riesca a produrre un fenotipo metabolicamente favorevole può indicare nuovi bersagli per i farmaci.
Una possibile strada contro l’obesità
L’obiettivo non è naturalmente modificare il DNA delle persone per renderle portatrici della variante. La ricerca punta piuttosto a imitare farmacologicamente gli effetti protettivi osservati. Se gli scienziati identificano una proteina che normalmente frena il consumo energetico, per esempio, potrebbero sviluppare una molecola capace di ridurne l’attività. Strategie analoghe hanno già trasformato alcune scoperte genetiche in nuovi approcci terapeutici per altre malattie. Nel caso dell’obesità, riuscire ad aumentare in sicurezza il dispendio energetico rappresenterebbe una prospettiva particolarmente interessante.
Bruciare grassi non significa poter mangiare senza limiti
La scoperta non dimostra che esista un singolo “gene della magrezza” capace di annullare gli effetti dell’alimentazione. Il peso corporeo è un tratto estremamente complesso influenzato da centinaia di varianti genetiche, ormoni, cervello, microbiota, ambiente e comportamento. Anche una mutazione favorevole produce generalmente un effetto all’interno di questo sistema. Inoltre, aumentare artificialmente il consumo energetico potrebbe avere conseguenze indesiderate se il meccanismo non venisse controllato con precisione.
Dalla scoperta genetica al farmaco la strada è lunga
Molte delle evidenze sui meccanismi che trasformano il grasso bianco in tessuto metabolicamente più attivo provengono ancora da esperimenti cellulari o animali. Un effetto osservato in laboratorio non garantisce quindi che possa essere riprodotto in sicurezza negli esseri umani. Prima di arrivare a una terapia servono studi capaci di stabilire quali organi siano coinvolti, quanto sia importante la variante nella popolazione e soprattutto se imitare il suo effetto produca benefici duraturi senza danneggiare altri processi fisiologici.
Il DNA come mappa per trovare nuove terapie
Lo studio delle persone naturalmente protette dall’obesità sta diventando una strategia preziosa per comprendere il metabolismo umano. Invece di osservare soltanto ciò che non funziona nelle malattie metaboliche, gli scienziati possono studiare anche gli individui nei quali determinati meccanismi sembrano funzionare eccezionalmente bene. Una variante capace di orientare l’organismo verso un maggiore consumo dei grassi non rappresenta dunque una scorciatoia genetica per dimagrire, ma può diventare una mappa biologica. Decifrarla potrebbe indicare nuovi modi per contrastare obesità, insulino-resistenza e altre patologie metaboliche, trasformando un raro vantaggio scritto nel DNA in conoscenze potenzialmente utili a molti.
