Chi non ha mai sentito parlare di persone che affermano di essersi “viste da fuori”, come sospese sopra il proprio corpo? Le esperienze extracorporee (OBE – Out-of-Body Experiences) sono da sempre avvolte nel mistero e spesso associate a stati mistici, traumi o alterazioni della coscienza. Ma quanto sono comuni, e cosa ci dice oggi la scienza su chi le sperimenta?
Un recente studio pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences suggerisce che tra il 10 e il 20% della popolazione ha vissuto almeno una volta un’esperienza di questo tipo. Alcuni episodi si manifestano in contesti estremi, come traumi o pericolo imminente, altri in momenti di calma o meditazione.
Cosa succede durante un’OBE
Chi vive un’esperienza extracorporea descrive la sensazione di uscire dal proprio corpo e di osservarlo dall’esterno. Si tratta di un’alterazione della percezione corporea, spesso accompagnata da sensazioni di leggerezza, distacco emotivo o addirittura terrore. “Mi vedo dall’alto”, racconta un paziente. “Sono come aria, mentre il mio corpo è laggiù, immobile.”
Le neuroscienze hanno dimostrato che è possibile indurre artificialmente un’OBE stimolando un’area del cervello chiamata giro angolare destro, coinvolta nell’integrazione tra visione, postura e senso del sé corporeo. Ma cosa distingue chi vive queste esperienze in modo spontaneo?
Fattori comuni nei soggetti con OBE
Nel nuovo studio, 545 adulti hanno risposto a un questionario dettagliato su salute mentale, storia personale e sintomi dissociativi. Chi ha vissuto OBE presentava livelli significativamente più alti di:
- Disturbi d’ansia e depressione
- Traumi infantili
- Sintomi dissociativi, come senso di distacco dalla realtà o da se stessi
Il 40% del gruppo OBE ha ottenuto punteggi elevati nella scala DES-T (indicativa di dissociazione), rispetto al 14% del gruppo di controllo. La maggioranza delle esperienze era spontanea (74%), ma alcune erano legate a meditazione, uso di psichedelici o ipnosi.
Un possibile meccanismo di difesa?
Secondo la neuroscienziata Mariana Weiler, le OBE non sono necessariamente segno di patologia. Al contrario, potrebbero essere strategie subconscie di coping in risposta a eventi traumatici: “una sorta di fuga dalla realtà”, o una rielaborazione mentale intensa che permette di reinterpretare eventi dolorosi.
Un invito a rivedere i pregiudizi clinici
Molti professionisti della salute mentale vedono ancora le OBE come segni di disturbi psicotici o dissociativi da curare. Tuttavia, gli autori dello studio invitano a una maggiore apertura: queste esperienze, anche quando sorprendenti o spaventose, potrebbero rappresentare un tentativo del cervello di proteggere sé stesso.
Le esperienze extracorporee sono un affascinante esempio di quanto poco conosciamo del rapporto tra cervello, coscienza e identità. Oltre al mistero, c’è spazio per una nuova visione: non patologizzarle, ma ascoltarle come espressioni profonde di vissuti interiori. La scienza è appena all’inizio nel comprendere dove ci può portare questa esplorazione.
Foto di Andreas Lischka da Pixabay
