
Per molti anni il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è stato descritto come una singola condizione con manifestazioni variabili. Tuttavia, nuove ricerche suggeriscono un quadro più articolato. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica JAMA Psychiatry, l’ADHD potrebbe comprendere almeno tre sottotipi distinti, caratterizzati da differenze sia nei sintomi sia nelle strutture e nelle reti cerebrali coinvolte.
La scoperta arriva da un’analisi basata su tecniche avanzate di neuroimaging, che hanno permesso ai ricercatori di osservare in modo dettagliato il funzionamento del cervello nei bambini con diagnosi di ADHD. I risultati indicano che la condizione potrebbe essere meglio descritta come un insieme di profili neurobiologici differenti, piuttosto che come un unico disturbo uniforme.
Comprendere queste differenze potrebbe aiutare a spiegare perché i trattamenti farmacologici funzionano molto bene per alcune persone e molto meno per altre.
Diagnosi in aumento tra bambini e adulti
Negli ultimi anni le diagnosi di ADHD sono aumentate in modo significativo in molte parti del mondo. Questo incremento riguarda sia i bambini sia gli adulti e viene spesso attribuito a una maggiore consapevolezza della condizione da parte di medici, insegnanti e famiglie.
L’ADHD rientra nel campo delle neurodivergenze, ovvero modalità di funzionamento del cervello che si discostano dai modelli considerati tipici. Può manifestarsi con difficoltà di attenzione, impulsività, iperattività o combinazioni di questi aspetti.
Parallelamente alla crescita delle diagnosi, si è sviluppato anche un dibattito scientifico: molti specialisti ritengono che gli attuali criteri diagnostici non riescano sempre a cogliere tutta la varietà delle manifestazioni cliniche.
Una questione particolarmente discussa riguarda la differenza tra maschi e femmine nella diagnosi. Per decenni l’ADHD è stato associato soprattutto ai bambini maschi con comportamenti iperattivi e difficili da gestire in classe. Nelle ragazze, invece, la condizione può presentarsi con forme più silenziose di disattenzione, che spesso passano inosservate o vengono interpretate in modo diverso.
Lo studio: analizzati centinaia di cervelli
La nuova ricerca è stata guidata da un team del West China Hospital dell’Università del Sichuan, che ha analizzato un ampio campione di bambini con e senza diagnosi di ADHD.
La prima fase dello studio ha coinvolto 446 bambini con ADHD e 708 senza diagnosi, utilizzati come gruppo di confronto. Successivamente i risultati sono stati verificati in un secondo campione composto da 554 bambini con ADHD e 123 controlli.
Attraverso l’analisi delle immagini cerebrali, i ricercatori hanno individuato schemi ricorrenti nelle connessioni tra diverse regioni del cervello. Questi modelli hanno permesso di distinguere tre gruppi principali, definiti dagli autori “biotipi”, ciascuno con caratteristiche neurologiche e comportamentali specifiche.
I tre sottotipi individuati
L’analisi ha portato all’identificazione di tre profili principali di ADHD, che riflettono diversi modelli di funzionamento cerebrale.
1. Profilo grave-combinato con disregolazione emotiva
Il primo gruppo comprende bambini con sintomi più intensi e combinati, che includono difficoltà di attenzione, iperattività e problemi di regolazione emotiva. In questo sottotipo, le scansioni cerebrali mostrano alterazioni più marcate nelle reti neurali coinvolte nel controllo delle emozioni e dell’attenzione.
I bambini appartenenti a questo gruppo possono sperimentare forti reazioni emotive, irritabilità e difficoltà nel gestire la frustrazione.
2. Profilo prevalentemente iperattivo-impulsivo
Il secondo sottotipo è caratterizzato soprattutto da iperattività e impulsività. I comportamenti tipici includono irrequietezza, tendenza a parlare molto, difficoltà ad aspettare il proprio turno e frequenti interruzioni nelle conversazioni o nelle attività.
In questi casi, le differenze nelle reti cerebrali sembrano coinvolgere soprattutto i circuiti legati al controllo dell’azione e all’autoregolazione comportamentale.
3. Profilo prevalentemente disattento
Il terzo gruppo mostra principalmente difficoltà di concentrazione e organizzazione. Le persone con questo profilo possono apparire distratte, smemorate o facilmente sopraffatte da compiti lunghi e complessi.
Tra i segnali più comuni compaiono perdita frequente di oggetti importanti, difficoltà nel seguire istruzioni prolungate e fatica nel mantenere l’attenzione nel tempo.
Perché questa scoperta è importante
La distinzione tra questi sottotipi potrebbe avere implicazioni significative per la pratica clinica. Attualmente molti trattamenti per l’ADHD seguono protocolli relativamente standardizzati, anche se la risposta ai farmaci varia molto da persona a persona.
I farmaci più utilizzati sono stimolanti del sistema nervoso centrale, tra cui il metilfenidato, noto anche con il nome commerciale Ritalin. Questi trattamenti risultano efficaci per numerosi pazienti, ma una parte delle persone con ADHD non ottiene benefici significativi o sperimenta effetti collaterali.
Se i tre biotipi identificati dallo studio venissero confermati da ulteriori ricerche, i medici potrebbero sviluppare strategie terapeutiche più mirate, basate sulle caratteristiche specifiche del cervello e dei sintomi di ciascun individuo.
I limiti dello studio e le prossime ricerche
Gli autori dello studio riconoscono alcuni limiti. Molti dei partecipanti stavano assumendo farmaci per l’ADHD o li avevano assunti in passato. Sebbene i ricercatori ritengano improbabile che questi trattamenti abbiano influenzato in modo decisivo le immagini cerebrali, l’effetto non può essere escluso completamente.
Per questo motivo saranno necessari ulteriori studi longitudinali, condotti su campioni più ampi e con un controllo più preciso delle variabili cliniche.
Nonostante queste cautele, la ricerca rappresenta un passo importante verso una comprensione più sfumata dell’ADHD. Considerare la condizione come un insieme di profili neurologici differenti potrebbe migliorare diagnosi, trattamenti e supporto educativo.
In prospettiva, questo approccio potrebbe contribuire a sviluppare una medicina sempre più personalizzata, capace di adattarsi alle specificità di ogni persona.
Foto di Vitaly Gariev su Unsplash








