caffè
Foto di 旭刚 史 da Pixabay

Due o tre tazze di caffè al giorno potrebbero essere associate a un minor rischio di demenza e a un declino cognitivo più lento nel tempo. È quanto emerge da un ampio studio statunitense che ha analizzato i dati di oltre 130.000 persone seguite per diversi decenni.

I risultati sono incoraggianti, ma i ricercatori invitano alla prudenza: non si tratta di una prova definitiva che il caffè protegga il cervello, né di un invito a iniziare a berlo per chi non lo consuma.

Uno studio lungo oltre 40 anni

La ricerca ha monitorato i partecipanti tra il 1980 e il 2023, raccogliendo regolarmente questionari alimentari e sottoponendoli a valutazioni cognitive periodiche. Questo ha permesso agli scienziati di osservare nel tempo le abitudini di consumo di bevande contenenti caffeina, le diagnosi di demenza e l’evoluzione delle prestazioni cognitive.

Dopo circa 37 anni di follow-up, circa 11.000 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di demenza. L’analisi statistica ha evidenziato un’associazione significativa tra consumo moderato di caffè o tè con caffeina e minore rischio di sviluppare la malattia.

I numeri: rischio ridotto fino al 20%

Secondo i dati, chi consumava abitualmente due o tre tazze di caffè o una o due tazze di tè al giorno presentava un rischio inferiore del 15-20% di sviluppare demenza rispetto a chi non beveva queste bevande.

Nel dettaglio, il rischio risultava inferiore del 18% tra i consumatori di caffè con caffeina e del 14% tra chi beveva regolarmente tè. Inoltre, questo gruppo mostrava un declino cognitivo leggermente più lento e risultati migliori in alcuni test oggettivi sulle funzioni cerebrali.

L’associazione è risultata più marcata nelle persone di età pari o inferiore ai 75 anni.

Le possibili spiegazioni biologiche

Tra le ipotesi avanzate dagli studiosi ci sono gli effetti della caffeina e dei polifenoli, composti bioattivi presenti sia nel caffè sia nel tè. Queste sostanze potrebbero contribuire a ridurre l’infiammazione e lo stress ossidativo, due processi implicati nell’invecchiamento cerebrale.

La caffeina, inoltre, è stata associata in altri studi a un minor rischio di diabete di tipo 2, una condizione che rappresenta a sua volta un fattore di rischio per la demenza. Migliorare la salute metabolica e vascolare potrebbe quindi avere un impatto indiretto anche sul cervello.

Gli esperti invitano alla cautela

Yu Zhang, ricercatore del gruppo Mass General Brigham, ha sottolineato in dichiarazioni riportate da NBC News che i risultati devono essere interpretati con prudenza.

“Non stiamo raccomandando a chi non beve caffè di iniziare a berlo”, ha spiegato. “Per chi lo consuma già, i risultati sono rassicuranti”.

Anche sulle pagine di The Guardian, Zhang ha ricordato che la demenza è una condizione complessa e multifattoriale. Il caffè, ha precisato, “non è uno scudo magico”.

Limiti dello studio

Gli autori riconoscono diverse limitazioni. Si tratta di uno studio osservazionale, il che significa che non può stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. È possibile che altri fattori legati allo stile di vita – come dieta complessiva, livello di attività fisica o stato socioeconomico – abbiano influenzato i risultati.

Inoltre, non sono stati distinti i diversi tipi di tè, i metodi di preparazione del caffè né l’eventuale aggiunta di zucchero o latte, elementi che potrebbero incidere sull’impatto complessivo sulla salute.

Il quadro generale: stile di vita prima di tutto

Nonostante i dati promettenti, gli esperti ribadiscono che la prevenzione della demenza si basa su un insieme di fattori. Attività fisica regolare, alimentazione equilibrata, controllo della pressione e della glicemia, buon sonno e stimolazione cognitiva restano pilastri fondamentali per la salute del cervello.

Il consumo moderato di caffè o tè può rientrare in questo contesto come parte di uno stile di vita sano, ma non può sostituirlo.

Per chi già apprezza una tazza al mattino, lo studio offre un messaggio rassicurante. Per tutti gli altri, la raccomandazione resta la stessa: equilibrio, varietà e attenzione complessiva alla salute.

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