
“I giovani non riescono a leggere Cime Tempestose”. “La Gen Z messa in crisi da Emily Brontë”. Il tono è spesso lo stesso: un misto di scherno e condiscendenza, come se la difficoltà di affrontare un romanzo del 1847 fosse la prova definitiva di una presunta decadenza culturale. Eppure, guardando oltre i titoli acchiappaclick, il fenomeno appare molto diverso — e decisamente più interessante.
Sui social, TikTok in primis, circolano effettivamente video di ragazzi e ragazze che ammettono di faticare con Wuthering Heights. Ma questi contenuti, più che un atto d’accusa contro la letteratura classica, sono un esercizio di ironia consapevole. Una battuta collettiva sullo scontro tra linguaggi, epoche e aspettative. Perché sì: Cime Tempestose non è un libro “facile”. Non lo era nemmeno per molti lettori del Novecento, e fingere il contrario serve solo a rafforzare una retorica sterile.
Un classico non è facile solo perché è un classico
Emily Brontë scrive un romanzo cupo, stratificato, narrativamente complesso, abitato da personaggi moralmente ambigui e da passioni che sfiorano l’autodistruzione. Il linguaggio è distante, il ritmo non è immediato, la struttura a cornice richiede attenzione. Dire che sia impegnativo non significa screditarlo, ma riconoscerne la natura.
I video ironici su TikTok — quelli in cui qualcuno confessa di essere alla ventesima pagina senza capire chi odia chi, o perché tutti sembrino così ferocemente infelici — non sono una resa. Sono, semmai, un modo per dire: “Ci sto provando, e so che non è semplice”. Un atteggiamento che stride con la narrazione dominante, secondo cui i giovani avrebbero abbandonato la lettura profonda.
TikTok non ride dei classici: li discute
C’è un dettaglio che molti articoli sembrano ignorare: TikTok è anche pieno di contenuti di analisi letteraria su Cime Tempestose. Booktoker che spiegano il contesto storico, il significato simbolico della brughiera, la natura tossica del rapporto tra Heathcliff e Catherine. Altri offrono chiavi di lettura contemporanee, parlando di trauma, attaccamento, vendetta e cicli di violenza emotiva.
Non solo: c’è chi consiglia traduzioni più accessibili, chi suggerisce di affiancare la lettura ad audiolibri, chi invita a non romanticizzare la storia d’amore, ma a leggerla come una tragedia. È un approccio critico, partecipato, spesso sorprendentemente maturo. Altro che disinteresse.
Il film come detonatore culturale
Il ritorno di Cime Tempestose al centro del discorso pubblico non nasce dal nulla. L’annuncio del nuovo adattamento cinematografico diretto da Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi, ha agito da vero e proprio detonatore culturale. Quando il trailer è apparso online lo scorso settembre, le visualizzazioni sono schizzate alle stelle.
Le immagini — la brughiera battuta dal vento, i corpi spettinati, l’intensità quasi ferina dei protagonisti — hanno acceso l’immaginario. Chi conosceva già il romanzo ha provato una nostalgia immediata. Chi non lo aveva mai letto ha sentito il bisogno di colmare un vuoto. Il classico è tornato a essere un’esperienza collettiva, non un obbligo scolastico.
Molti giovani hanno dichiarato apertamente di voler leggere il libro “prima del film”, per arrivare preparati, per capire, per partecipare alla conversazione. Un comportamento che smentisce l’idea di una generazione passiva e disinteressata.
Ironia non è ignoranza
Scambiare l’ironia per incapacità è un errore ricorrente nel modo in cui gli adulti osservano le culture giovanili. La Gen Z utilizza il linguaggio dell’autoironia come strumento di appartenenza e di critica. Dire “questo libro mi sta mettendo in crisi” non equivale a dire “questo libro non vale la pena”.
Anzi, spesso è il contrario. Solo ciò che conta davvero merita lo sforzo, la frustrazione e persino la battuta. Nessuno fa video ironici su libri che non gli interessano affatto.
Forse il problema non sono i giovani
La vera domanda, allora, non è perché la Gen Z faccia fatica con Cime Tempestose. La domanda è perché continuiamo a pretendere che i classici vengano letti senza attrito, come se il tempo non fosse passato, come se i contesti non contassero.
I giovani non stanno rifiutando Emily Brontë. La stanno incontrando — con i loro strumenti, il loro linguaggio, le loro domande. E in un’epoca in cui la lettura è tutt’altro che scontata, questo non è un segnale di crisi. È un segnale di vitalità culturale.
Foto di Simran Singh su Unsplash








