
Per decenni è stato presentato come un metodo educativo efficace, pragmatico, persino necessario per favorire l’autonomia dei bambini. Oggi, però, il cosiddetto approccio del “lasciare piangere” — ovvero non intervenire quando un neonato piange, soprattutto durante l’addormentamento — viene sempre più messo in discussione dalla comunità scientifica. La Danimarca ha deciso di compiere un passo netto: allontanarsi ufficialmente da questa pratica, dopo che un ampio studio nazionale ha rivelato come fosse ancora insegnata nella maggior parte dei comuni.
Non si tratta di una scelta simbolica o ideologica, ma di una presa di posizione fondata su evidenze scientifiche sempre più solide. Oltre 700 psicologi danesi hanno firmato una dichiarazione congiunta chiedendo l’interruzione immediata del metodo, definendolo potenzialmente dannoso per lo sviluppo emotivo e neurobiologico dei neonati.
Una pratica ancora diffusa, nonostante le evidenze
Il dato che ha acceso il dibattito è stato chiaro: nonostante anni di aggiornamenti scientifici, il “lasciare piangere” continuava a essere trasmesso come strategia educativa in molti contesti istituzionali. Una persistenza che ha spinto la comunità psicologica a intervenire pubblicamente.
Secondo i firmatari della dichiarazione, il problema non è il pianto in sé — una forma naturale e primaria di comunicazione — ma il pianto prolungato senza conforto. In queste condizioni, spiegano gli esperti, aumentano in modo significativo i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, con effetti diretti sullo sviluppo cerebrale.
Cortisolo, stress e cervello in formazione
Le neuroscienze dello sviluppo hanno chiarito da tempo che il cervello del neonato è estremamente plastico e sensibile all’ambiente. Nei primi mesi di vita, i sistemi di regolazione emotiva e dello stress non sono ancora maturi e dipendono quasi interamente dall’intervento dell’adulto.
Quando un bambino piange e non riceve risposta, i segnali di stress aumentano rapidamente. Se questa condizione si ripete, il cervello inizia a strutturarsi non sulla base della fiducia e della sicurezza, ma su meccanismi di autoprotezione. Non si tratta di “imparare a calmarsi”, come spesso sostenuto, bensì di adattarsi a un ambiente percepito come imprevedibile o non responsivo.
Attaccamento e regolazione emotiva
Uno degli aspetti centrali richiamati dagli psicologi danesi riguarda la teoria dell’attaccamento. Le esperienze precoci di risposta o non risposta al disagio contribuiscono a modellare lo stile di attaccamento del bambino, influenzando la sua capacità futura di gestire le emozioni, le relazioni e lo stress.
Un caregiver che risponde al pianto non “vizìa” il bambino, ma gli offre un’esperienza ripetuta di regolazione condivisa: il battito cardiaco rallenta, la respirazione si stabilizza, l’attivazione emotiva si riduce. È attraverso queste esperienze che il sistema nervoso impara gradualmente a autoregolarsi.
Autoregolazione non significa isolamento
Uno dei miti più radicati attorno al metodo del “lasciare piangere” è l’idea che l’autoregolazione si apprenda attraverso la solitudine. La ricerca contemporanea sostiene l’esatto contrario: i bambini sviluppano la capacità di calmarsi grazie a relazioni ripetutamente rassicuranti.
Gli scienziati sottolineano che l’isolamento non insegna la gestione delle emozioni, ma può portare a una sorta di “spegnimento” della risposta emotiva, spesso confuso con calma o autonomia. Una calma apparente che, in realtà, è il risultato di un sistema di stress cronicamente attivato.
Un confronto internazionale ancora aperto
La decisione della Danimarca assume un peso particolare se confrontata con altri contesti culturali. In alcune aree degli Stati Uniti, ad esempio, il “cry it out” continua a essere raccomandato, sostenuto da modelli educativi che enfatizzano precocemente l’indipendenza.
Secondo molti ricercatori, questa differenza riflette non tanto dati scientifici divergenti, quanto visioni culturali diverse dell’infanzia. La scienza, però, appare sempre più univoca nel sottolineare che l’indipendenza emotiva non nasce dalla distanza, ma da una base sicura.
Un segnale forte per il benessere infantile
Il cambiamento danese si inserisce in una conversazione globale più ampia sul benessere infantile e sul ruolo delle istituzioni nella diffusione di pratiche basate sull’evidenza. Rivedere ciò che viene insegnato a genitori ed educatori significa riconoscere che le conoscenze evolvono e che anche i modelli educativi devono farlo.
Il messaggio che emerge è chiaro: rispondere al pianto di un bambino non è una debolezza, ma un investimento sul suo sviluppo futuro. Le neuroscienze confermano che la presenza, il conforto e la sintonizzazione emotiva sono strumenti fondamentali per costruire cervelli più resilienti e relazioni più sane.
In questo senso, la scelta della Danimarca non rappresenta solo un cambiamento di metodo, ma un cambio di paradigma: dall’idea di “abituare” il bambino allo stress, alla consapevolezza che la sicurezza emotiva è il primo, vero terreno su cui cresce l’autonomia.








