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Foto di Vonecia Carswell su Unsplash

L’intelligenza artificiale è entrata rapidamente nella vita quotidiana, trasformando il lavoro, la comunicazione e persino il modo in cui prendiamo decisioni. Eppure, non tutti la guardano con lo stesso entusiasmo. Secondo un recente studio della Northeastern University, esiste una chiara differenza di genere nel modo in cui l’IA viene percepita: le donne mostrano maggiore diffidenza, incertezza e scetticismo rispetto agli uomini.

Non si tratta di un rifiuto ideologico della tecnologia, ma di una posizione più prudente, radicata in fattori psicologici, sociali ed economici che la ricerca sta iniziando a mettere a fuoco con maggiore chiarezza.

Un divario che emerge anche nei numeri

I dati parlano chiaro. Secondo diversi studi internazionali, le donne utilizzano strumenti di intelligenza artificiale circa il 25% in meno rispetto agli uomini. Allo stesso tempo, la loro presenza professionale nel settore dell’IA è ancora più ridotta, con una percentuale globale che resta sensibilmente inferiore rispetto a quella maschile.

Questo doppio divario — come utenti e come professioniste — ha spinto i ricercatori a chiedersi quali siano le cause profonde di questa distanza. La risposta, secondo lo studio, ruota attorno a una parola chiave: rischio.

Avversione al rischio: una differenza strutturale

Il primo elemento individuato riguarda la maggiore avversione al rischio mostrata dalle donne. Nello studio, che ha coinvolto circa 3.000 partecipanti tra Stati Uniti e Canada, alle persone è stato chiesto di scegliere tra una somma di denaro garantita e una scommessa con un potenziale guadagno maggiore ma incerto.

In media, le donne hanno preferito l’opzione sicura — ad esempio 842 euro garantiti — piuttosto che accettare una probabilità del 50% di ottenere il doppio o nulla. Questo atteggiamento, ben documentato anche in altri ambiti della psicologia economica, si riflette direttamente nel modo in cui viene valutata l’intelligenza artificiale.

IA: quando i rischi superano i benefici

Applicando questo schema all’IA, emerge che le donne hanno circa l’11% di probabilità in più rispetto agli uomini di ritenere che i rischi dell’intelligenza artificiale superino i benefici. Quando vengono interpellate sugli effetti complessivi della tecnologia, mostrano maggiore cautela, esitazione e scetticismo.

Non è una contrarietà assoluta, ma una posizione più sospesa, meno entusiasta e più attenta alle possibili conseguenze negative, soprattutto quando gli scenari futuri appaiono poco definiti.

L’incertezza come fattore centrale

Un punto cruciale dello studio è che la differenza di genere tende a scomparire quando viene eliminata l’incertezza. In altre parole, non è l’intelligenza artificiale in sé a creare distanza, ma la mancanza di informazioni chiare e prevedibili sui suoi effetti.

Quando alle partecipanti veniva garantito, ad esempio, che l’IA avrebbe portato a un aumento dei posti di lavoro, donne e uomini rispondevano in modo molto simile, mostrando livelli comparabili di supporto alla tecnologia.

“In sostanza, quando le donne hanno la certezza degli effetti sull’occupazione, la differenza di genere nel sostegno all’intelligenza artificiale scompare”, ha spiegato la professoressa Beatrice Magistro, tra le autrici dello studio.

Esposizione al rischio: un’esperienza concreta

Oltre all’avversione al rischio, c’è un secondo fattore decisivo: l’esposizione diretta ai rischi dell’IA. Le donne risultano più frequentemente bersaglio di abusi tecnologici, come deepfake sessualmente espliciti, molestie digitali e uso distorto delle immagini generate artificialmente.

Questa esposizione non è teorica, ma vissuta. E influisce profondamente sulla percezione della tecnologia, alimentando una comprensibile diffidenza verso strumenti che possono essere usati per danneggiare reputazione, sicurezza e identità personale.

Il nodo economico e lavorativo

Lo studio evidenzia anche una dimensione economica spesso trascurata. Le donne sono sovrarappresentate sia in ruoli altamente complementari all’IA sia in ruoli facilmente sostituibili. Questo significa che, a seconda del contesto, l’intelligenza artificiale può essere vista come un’opportunità o come una minaccia diretta al lavoro.

Il problema è che le conseguenze a lungo termine restano in gran parte incerte. E, ancora una volta, l’incertezza pesa di più su chi già sperimenta condizioni lavorative più fragili o meno tutelate.

Una sfida per il futuro dell’innovazione

I ricercatori lanciano un avvertimento chiaro: l’intelligenza artificiale non deve lasciare indietro le donne. Se il divario di fiducia e partecipazione non viene affrontato, il rischio è quello di costruire tecnologie che riflettano solo una parte della società, amplificando disuguaglianze già esistenti.

Ridurre l’incertezza, aumentare la trasparenza sugli effetti dell’IA e garantire protezioni reali contro gli abusi digitali non è solo una questione di equità, ma di qualità dell’innovazione stessa.

In definitiva, lo studio suggerisce che la diffidenza delle donne verso l’intelligenza artificiale non è un segno di arretratezza, ma una risposta razionale a un contesto percepito come poco chiaro e potenzialmente rischioso. E forse, proprio questa prudenza, potrebbe offrire spunti preziosi per uno sviluppo tecnologico più responsabile e umano.

Foto di Vonecia Carswell su Unsplash