timo
Foto di Hans da Pixabay

Quando la medicina passava anche dall’impensabile

L’idea che i Romani, noti per acquedotti, terme e un’attenzione sorprendente all’igiene pubblica, utilizzassero feci umane come medicina può sembrare paradossale, se non apertamente disturbante. Eppure, un nuovo studio scientifico lo conferma senza ambiguità: non si tratta di una leggenda o di un’esagerazione tramandata da testi antichi, ma di una prova chimica diretta, conservata per quasi duemila anni in una piccola fiala di vetro.

La scoperta arriva da Pergamo, nell’attuale Turchia occidentale, uno dei grandi centri culturali e medici del mondo greco-romano. Ed è proprio da lì che emerge un dettaglio affascinante: per rendere il rimedio più “accettabile”, i Romani lo profumavano con timo.

La scoperta in una fiala sigillata da 1.900 anni

Il protagonista dello studio è un unguentario, una piccola bottiglia di vetro usata in epoca romana per contenere profumi, oli o preparati medicinali. Ritrovata in una tomba e sigillata con argilla sin dall’antichità, la fiala ha custodito il suo contenuto per circa 1.900 anni, creando una sorta di capsula del tempo biologica.

Quando gli archeologi l’hanno aperta, non hanno avvertito alcun odore sgradevole. Un dettaglio che inizialmente poteva sembrare banale, ma che si è rivelato fondamentale per interpretare il contenuto. Le analisi chimiche, pubblicate sul Journal of Archaeological Science, hanno identificato la presenza di coprostanolo e 24-etilcoprostanolo, composti che si formano nell’intestino umano durante la digestione del colesterolo.

In altre parole: feci umane.

Il ruolo del timo: non solo profumo

Accanto ai marcatori fecali, i ricercatori hanno individuato una sostanza chiave: il carvacrolo, un composto aromatico tipico del timo e di altre erbe officinali. La sua presenza non è casuale.

Il timo era noto nel mondo antico per le sue proprietà antisettiche, antinfiammatorie e conservanti. Ma aveva anche un altro vantaggio evidente: mascherava gli odori. In un’epoca priva di chimica farmaceutica moderna, l’aggiunta di erbe aromatiche permetteva di rendere il rimedio più tollerabile per chi lo doveva usare.

Il risultato era una miscela che univa un ingrediente oggi impensabile a una pianta che ancora oggi troviamo nelle cucine e negli oli essenziali.

Una pratica descritta nei testi, ora confermata dalla chimica

Fino a oggi, l’uso medicinale delle feci nell’antichità era noto soprattutto attraverso le fonti scritte. Medici come Galeno, una delle autorità più influenti della medicina romana, menzionavano preparati a base di escrementi per il trattamento di infezioni, infiammazioni e disturbi ginecologici.

In particolare, Galeno attribuiva valore terapeutico alle feci di bambini con una dieta specifica a base di legumi, pane e vino. Tuttavia, mancava una prova materiale che collegasse queste descrizioni a un oggetto reale.

Questo studio colma finalmente quel vuoto: per la prima volta, testo e reperto archeologico coincidono, dimostrando che quelle ricette non erano solo teorie, ma pratiche effettivamente utilizzate.

Perché usare le feci come medicina?

Per comprendere questa pratica bisogna abbandonare il punto di vista moderno. Nel mondo romano, la medicina si basava sull’equilibrio dei quattro umori (sangue, flegma, bile gialla e bile nera) e su un’osservazione empirica degli effetti delle sostanze sul corpo.

Le feci, oggi simbolo di scarto, erano allora considerate un prodotto del metabolismo, carico di residui “attivi”. In alcune condizioni, si pensava potessero aiutare il corpo a riequilibrarsi, soprattutto se applicate esternamente o trasformate in unguenti.

Non era una pratica isolata: nella storia della medicina, l’uso di materiali organici estremi – urina, sangue, secrezioni – è stato sorprendentemente comune, fino all’età moderna.

Tra medicina, superstizione e sperimentazione

È importante non liquidare queste pratiche come semplice superstizione. La medicina romana era un campo di sperimentazione continua, in cui osservazione, tradizione e tentativi empirici convivevano. Alcuni rimedi erano inefficaci, altri potenzialmente pericolosi, ma altri ancora si basavano su intuizioni che oggi riconosciamo come valide.

Il timo, ad esempio, è tuttora studiato per le sue proprietà antimicrobiche. La combinazione con altri materiali, anche se oggi ci appare estrema, seguiva una logica coerente con le conoscenze dell’epoca.

Una scoperta che cambia il nostro sguardo sul passato

Questa fiala di Pergamo non racconta solo una curiosità macabra. Racconta quanto fosse complessa e pragmatica la medicina romana, capace di spingersi oltre i limiti del disgusto pur di cercare una cura.

Ci ricorda anche che il confine tra ciò che oggi consideriamo accettabile e ciò che riteniamo impensabile è storico, culturale e mutevole. Duemila anni fa, una miscela di feci umane e timo poteva essere considerata un rimedio serio, preparato con attenzione e conservato in un elegante contenitore di vetro.

E forse è proprio questo il dato più affascinante: la scienza moderna, analizzando molecole antiche, ci costringe ancora una volta a ripensare il passato senza pregiudizi, anche quando l’archeologia ci mette davanti a verità decisamente… scomode.