
Per anni hanno rappresentato uno dei più grandi enigmi dell’archeologia britannica. Ora, grazie a una ricerca internazionale pubblicata sulla rivista Internet Archaeology, il mistero dei 16 fossati ad anello scoperti nei pressi di Stonehenge sembra finalmente risolto. Le enormi fosse, profonde fino a cinque metri e disposte secondo uno schema circolare quasi perfetto, non sono il risultato di processi naturali né di interventi casuali: furono scavate intenzionalmente dalle comunità neolitiche oltre 4.400 anni fa.
La scoperta getta nuova luce non solo su Stonehenge, ma sull’intero paesaggio rituale che lo circondava, rivelando una società molto più organizzata e sofisticata di quanto si pensasse in precedenza.
Un anello monumentale senza precedenti
I fossati si trovano attorno a Durrington Walls, uno dei più grandi recinti neolitici conosciuti in Gran Bretagna, situato a circa tre chilometri a nord di Stonehenge. Ogni fossa misura fino a 10 metri di diametro e 5 metri di profondità, e nel loro insieme formano un anello di oltre 2 chilometri di ampiezza, rendendolo il più grande complesso di questo tipo mai identificato nel Regno Unito.
Secondo gli archeologi, la scala dell’opera è impressionante: scavare strutture di queste dimensioni avrebbe richiesto un enorme sforzo collettivo, una pianificazione accurata e una conoscenza avanzata del territorio.
Scavate in modo coordinato nel Neolitico
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è la datazione delle strutture. Le analisi indicano che i fossati furono realizzati intorno al 2480 a.C., in un periodo relativamente breve e con un progetto unitario. Questo dettaglio è fondamentale: non si tratta di interventi isolati o successivi, ma di un’unica grande impresa collettiva.
Come ha spiegato l’archeologo Vince Gaffney dell’Università di Bradford, le fosse non furono semplicemente scavate e poi abbandonate, ma facevano parte di un paesaggio monumentale intenzionalmente progettato, coerente con le pratiche rituali del tempo.
Le tecniche scientifiche dietro la scoperta
Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno utilizzato una combinazione di metodi scientifici raramente applicata in modo così esteso all’archeologia preistorica. Tra questi:
- Trivellazioni e carotaggi per analizzare la stratigrafia
- Analisi geochimiche dei sedimenti, che hanno rivelato una firma comune tra tutte le fosse
- Datazione tramite luminescenza otticamente stimolata, per stabilire l’epoca dello scavo
- Analisi del DNA ambientale, utile per ricostruire il contesto naturale e umano dell’epoca
I risultati hanno mostrato una sorprendente uniformità: tutte le fosse condividono caratteristiche simili, confermando che furono scavate come parte di un progetto coordinato.
Un confine sacro nel paesaggio rituale
Ma a cosa serviva questo gigantesco anello di fossati? Gli archeologi ritengono che non avesse una funzione difensiva, bensì simbolica e rituale. L’ipotesi più accreditata è che segnasse un confine sacro, delimitando un’area cerimoniale legata ai riti praticati a Durrington Walls.
Quest’area era probabilmente associata alle celebrazioni comunitarie, ai cicli stagionali e forse ai rituali di passaggio, in un dialogo costante con Stonehenge, che nello stesso periodo svolgeva una funzione cerimoniale complementare.
Precisione topografica sorprendente
Un altro elemento che ha colpito gli studiosi è la precisione geometrica della disposizione dei fossati. Distribuite su oltre un chilometro quadrato, le fosse seguono uno schema circolare quasi perfetto, nonostante l’assenza di strumenti di misurazione moderni.
Questa accuratezza suggerisce che le comunità neolitiche possedessero competenze topografiche avanzate, basate probabilmente sull’osservazione del paesaggio, dei punti di riferimento naturali e forse degli astri.
Una struttura scomparsa e poi ritrovata
Nel corso dei millenni, i fossati si sono progressivamente riempiti di argilla e limo, scomparendo alla vista. Per secoli, il loro ricordo si è dissolto nel paesaggio, fino a quando le moderne tecnologie di rilevamento e analisi scientifica non ne hanno rivelato l’esistenza.
Questa scoperta dimostra quanto il paesaggio attorno a Stonehenge fosse complesso e stratificato, e quanto ancora resti da comprendere sulla vita spirituale e sociale delle popolazioni neolitiche.
Un nuovo capitolo nella storia di Stonehenge
La risoluzione del mistero dei 16 fossati ad anello non è solo una scoperta archeologica: è un cambio di prospettiva. Stonehenge non era un monumento isolato, ma il fulcro di un vasto sistema rituale, costruito da comunità capaci di cooperazione, pianificazione e visione simbolica.
Un’ulteriore prova che, anche senza scrittura o metallo, le società preistoriche erano molto più sofisticate di quanto a lungo si sia creduto.
Foto di Ana Paula Grimaldi su Unsplash








