
A distanza di anni dalla pandemia, gli effetti del COVID-19 continuano a emergere in modi inaspettati. Secondo un nuovo studio pubblicato su JAMA Network Open, milioni di persone potrebbero aver perso parzialmente o totalmente l’olfatto senza saperlo.
Un fenomeno definito anosmia nascosta o iposmia latente, che sembra essere molto più diffuso di quanto si pensasse.
I ricercatori hanno testato le capacità olfattive di quasi 3.000 volontari che avevano contratto il virus, confrontandoli con un gruppo di controllo di 569 persone mai risultate positive. I risultati sono stati sorprendenti: anche chi dichiarava di non avere problemi di olfatto mostrava alterazioni significative nei test.
Quando il cervello “dimentica” un senso
L’anosmia (perdita totale dell’olfatto) e l’iposmia (riduzione parziale) sono conseguenze note di molte infezioni virali, ma nel caso del SARS-CoV-2 il danno può essere più profondo e persistente.
Il virus, infatti, interferisce con le cellule nervose che trasmettono i segnali olfattivi al cervello, e in alcuni casi altera anche il modo in cui il sistema nervoso elabora gli odori.
A complicare la situazione c’è il fatto che molte persone non si accorgono della perdita, perché il cervello tende ad adattarsi gradualmente.
Secondo la dottoressa Leora Horwitz della Grossman School of Medicine della New York University, “i pazienti spesso sottostimano la perdita dell’olfatto, un problema già poco riconosciuto nella popolazione generale”.
I numeri dello studio
Lo studio ha coinvolto quasi 3.000 persone con una storia di infezione da Covid-19 e 569 senza infezione nota.
In media, i test sono stati eseguiti quasi due anni dopo la malattia.
Ecco i dati più significativi:
- tra chi aveva avuto il Covid, circa l’80% di coloro che lamentavano problemi olfattivi aveva effettivamente un’alterazione;
- tra chi non segnalava alcun problema, il 66% presentava comunque una forma di iposmia o anosmia;
- perfino nel gruppo mai risultato positivo, il 60% mostrava disturbi dell’olfatto, probabilmente per infezioni non diagnosticate.
Queste cifre, se applicate su scala globale, indicano milioni di casi di perdita olfattiva non riconosciuta.
Perché l’olfatto conta più di quanto crediamo
Spesso sottovalutato, l’olfatto è un senso strettamente collegato alla memoria, alle emozioni e all’appetito.
Una sua alterazione può generare ansia, disturbi alimentari e sintomi depressivi.
Gli odori, infatti, attivano direttamente l’amigdala e l’ippocampo, aree del cervello legate al piacere e ai ricordi.
Perdere la capacità di percepirli può tradursi in un senso di distacco dal mondo e dalla propria identità sensoriale.
Come spiegano gli autori dello studio, “riconoscere la perdita dell’olfatto non è solo una questione medica, ma anche psicologica e sociale: influisce sulla qualità della vita, sull’alimentazione e sulle relazioni affettive”.
Cosa possiamo fare
Non esistono ancora cure specifiche per la perdita cronica dell’olfatto post-virale, ma alcune terapie riabilitative – come il training olfattivo basato sull’esposizione a essenze naturali – mostrano risultati promettenti.
Gli specialisti consigliano inoltre di monitorare eventuali cambiamenti nella percezione di odori e sapori e di consultare un otorinolaringoiatra in caso di alterazioni persistenti.
L’obiettivo non è solo recuperare un senso, ma prevenire gli effetti secondari sul benessere mentale e cognitivo.
Un’eredità invisibile della pandemia
A cinque anni dall’inizio dell’emergenza sanitaria, il COVID-19 continua a lasciare tracce silenziose nel corpo e nella mente.
La perdita dell’olfatto, spesso ignorata o minimizzata, è una di queste.
Riconoscerla e studiarla è fondamentale per capire davvero l’impatto a lungo termine di una malattia che ha cambiato non solo la nostra salute, ma anche il nostro modo di percepire il mondo.








