mistero blu nascosto Jackson Pollock
https://www.artchive.com/artwork/number-1a-1948-jackson-pollock-1948/

Nel vortice di linee, gocce e schizzi che definiscono l’arte di Jackson Pollock, un colore in particolare ha tenuto gli studiosi con il fiato sospeso per decenni.
Nel dipinto Number 1A, 1948, una vibrante sfumatura di blu sembrava sfuggire a ogni tentativo di identificazione. Un mistero rimasto irrisolto per ben 77 anni, fino a quando un team di ricercatori non ha deciso di indagare direttamente sulla tela conservata al Museum of Modern Art (MoMA) di New York.

L’opera, una delle più rappresentative dell’espressionismo astratto, è un manifesto della tecnica del dripping, il metodo con cui Pollock lasciava colare la vernice, creando un caos apparentemente casuale ma straordinariamente armonico.
Eppure, dietro quel disordine studiato, si celava un segreto chimico.

Il blu che non voleva farsi riconoscere

Gli studiosi hanno eseguito una serie di analisi non invasive, utilizzando laser, spettroscopia Raman e tecniche ottiche avanzate per identificare la composizione dei pigmenti.
Il risultato? La misteriosa tonalità di blu che attraversa il dipinto è puro blu di manganese, un pigmento sintetico molto diffuso negli anni Quaranta ma abbandonato decenni dopo per motivi ambientali.

Il team, guidato da ricercatori della Stanford University, ha pubblicato i risultati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.
Come ha spiegato Edward Solomon, coautore dello studio, “è incredibile pensare che un frammento di colore possa raccontare una storia così complessa. Capire da dove proviene una tonalità significa risalire all’intreccio tra arte, chimica e storia”.

Il pigmento dimenticato

Il blu di manganese non era sconosciuto all’arte: veniva utilizzato anche per colorare cemento, ceramiche e pitture murali.
Negli anni ’90, però, fu gradualmente eliminato a causa della sua composizione chimica e della tossicità dei processi di produzione. La sua comparsa in un’opera di Pollock ne ha ora restituito la dignità storica, trasformandolo in un simbolo di un’epoca in cui scienza e arte si mescolavano letteralmente sulla tela.

Gli studiosi ritengono che Pollock non mescolasse i colori, ma li utilizzasse direttamente dai contenitori, lasciando che il caso e la fisica definissero le combinazioni finali.
Questo spiegherebbe la presenza del pigmento puro, mai diluito o alterato da altri composti.

La fisica del gesto e il caos della mente

La scoperta non è solo chimica.
Riguarda anche la fisica del movimento e la psicologia dell’artista. Pollock amava lavorare a terra, muovendosi attorno alla tela con pennelli, bastoncini, spatole e perfino siringhe di vernice.
Ogni gesto era calcolato e impulsivo al tempo stesso, guidato da una forma di trance creativa che sfidava i canoni della pittura tradizionale.

“Quando dipingo, non sono consapevole di ciò che sto facendo. Il quadro ha una vita propria”, scriveva Pollock.
Un’affermazione che oggi acquista un nuovo significato: anche la materia del colore, nel suo caso, era viva, reattiva, capace di conservare per decenni un segreto invisibile all’occhio umano.

Dal laboratorio al museo: la rinascita del colore

Le analisi condotte al MoMA hanno permesso non solo di risolvere un enigma, ma anche di preservare meglio le opere del pittore. Conoscere la composizione esatta dei pigmenti aiuta infatti i restauratori a intervenire in modo più sicuro e mirato, evitando reazioni chimiche indesiderate.

Oggi Number 1A, 1948 continua a stupire il pubblico del MoMA con le sue dimensioni monumentali e la forza visiva dei suoi intrecci cromatici. Lungo il bordo superiore della tela, si intravedono perfino le impronte digitali di Pollock, come una firma involontaria dell’artista sul proprio caos creativo.

L’arte che unisce scienza e mistero

L’indagine sul blu nascosto di Pollock dimostra quanto l’arte moderna sia un terreno fertile per la scienza.
Ogni pigmento, ogni strato di vernice può rivelare non solo la tecnica di un artista, ma anche la storia culturale e industriale di un’epoca.

Pollock, che morì prematuramente nel 1956 a soli 44 anni, non poteva immaginare che decenni dopo i suoi gesti di colore sarebbero stati analizzati a livello molecolare.
Eppure, proprio grazie a questa sinergia tra arte e ricerca, la sua opera continua a parlare: non solo di emozioni, ma anche di materia, di tempo e di scienza.

Immagine via Artchive.com