
Dietro una promessa di autostima e capelli ritrovati, si nasconde forse un rischio taciuto troppo a lungo. La finasteride, principio attivo di farmaci noti come Propecia o Proscar, da anni è tra i trattamenti più prescritti per la calvizie maschile e l’ipertrofia prostatica benigna.
Eppure, un nuovo studio pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry riapre un dibattito che le autorità sanitarie non possono più ignorare: esiste un collegamento significativo tra l’assunzione di finasteride e l’aumento di depressione, ansia e ideazione suicidaria.
Otto studi, un’unica conclusione
La ricerca, guidata dal professor Mayer Brezis, ha analizzato otto studi internazionali condotti tra il 2017 e il 2023, confrontando dati provenienti da migliaia di pazienti in diversi Paesi.
Il risultato è chiaro: gli utilizzatori di finasteride mostrano una probabilità più alta di sviluppare disturbi dell’umore rispetto a chi non ne fa uso.
“Le prove non sono più casuali — afferma Brezis — ora osserviamo modelli coerenti in popolazioni diverse, e le conseguenze avrebbero potuto essere tragiche.”
Il farmaco, in commercio dagli anni ’90, è diventato un punto di riferimento per milioni di uomini in tutto il mondo. Ma la nuova revisione suggerisce che i rischi psichiatrici legati al suo impiego siano stati sottovalutati o, in alcuni casi, ignorati per oltre due decenni.
Come agisce la finasteride
La finasteride agisce inibendo la conversione del testosterone in diidrotestosterone (DHT), un ormone responsabile della miniaturizzazione dei follicoli piliferi.
Questo meccanismo, però, influenza anche la produzione di neurosteroidi come l’allopregnanolone, una sostanza che contribuisce alla regolazione dell’umore e alla risposta allo stress.
Quando i livelli di questi neurosteroidi diminuiscono, il cervello può diventare più vulnerabile alla depressione e all’ansia.
Alcuni studi su modelli animali hanno evidenziato alterazioni nella struttura cerebrale e processi infiammatori persistenti dopo l’uso del farmaco, ipotizzando un effetto biologico diretto sulla sfera emotiva.
Le omissioni delle autorità sanitarie
Già nel 2011, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense aveva inserito la depressione tra gli effetti collaterali noti della finasteride.
Solo nel 2022, tuttavia, è stata aggiunta anche la suicidalità tra le avvertenze ufficiali.
Eppure, documenti interni rivelano che gli esperti dell’agenzia avevano proposto di segnalare il rischio suicidario già nel 2010, proposta poi inspiegabilmente accantonata.
Secondo Brezis, questa esitazione avrebbe avuto conseguenze gravi, con numerosi casi non riconosciuti e un “fallimento sistemico della farmacovigilanza”.
Nel 2011, la FDA riportava solo 18 suicidi associati alla finasteride, ma in base all’ampia diffusione del farmaco, gli autori stimano che il numero reale possa essere nell’ordine delle migliaia.
Allarmi anche in Europa
Non solo Stati Uniti. In tempi recenti anche INFARMED, l’autorità portoghese per i farmaci e la salute, ha diffuso un avviso pubblico sui rischi neuropsichiatrici della finasteride, invitando medici e pazienti a monitorare con attenzione eventuali cambiamenti dell’umore o del comportamento durante il trattamento.
Il monito degli esperti
Per Brezis e il suo team, la lezione è chiara: serve un monitoraggio post-marketing più rigoroso e trasparente, con obblighi di studio a lungo termine imposti ai produttori.
«Prima di approvare un farmaco», sottolinea l’autore, «le autorità devono garantire che vengano condotti e pubblicati studi di sicurezza continui. È un requisito etico, non solo scientifico».
La comunità medica, intanto, si divide. Alcuni specialisti invitano alla prudenza, ricordando che la correlazione non implica necessariamente un rapporto di causa-effetto; altri sottolineano che, in assenza di alternative altrettanto efficaci, la consapevolezza e il dialogo con il paziente sono la chiave per ridurre i rischi.
Un equilibrio delicato
La finasteride resta un farmaco efficace, ma questo studio rappresenta un punto di svolta nel modo di interpretarne l’uso e la sicurezza.
Per milioni di uomini, la lotta contro la calvizie non è solo estetica: è anche psicologica. Tuttavia, la promessa di ritrovare fiducia non può costare la serenità mentale.
Come conclude Brezis, «i capelli possono ricrescere, ma la salute mentale non può essere data per scontata».








