lockdown

Già durante il primo lockdown, molti di noi hanno dovuto rinunciare ai rapporti interpersonali diretti, limitandosi a parlare tramite videochiamata e a soffrire per la nostalgia. Apparentemente non si tratta di una scelta infelice per le relazioni, anzi: uno studio di neuroimaging che appare sui Proceedings of the National Academy of Science suggerisce che la lontananza fisica inneschi nel cervello reazioni che possono perfino contribuire a rafforzare il rapporto di coppia. Secondo i ricercatori dell’Università di Boulder, in Colorado, con la lontananza il desiderio del partner mette in gioco meccanismi che agevolano l’attaccamento addirittura in misura maggiore rispetto ai momenti in cui ci si trova insieme.

 

Il lockdown divide e unisce in ugual misura

A dirlo sono i risultati di un’indagine che ha coinvolto un gruppo di arvicole della prateria. Si tratta di roditori che somigliano ai criceti e appartengono a quella piccola percentuale di animali (3-5%, compreso l’uomo) che tende a instaurare rapporti di coppia monogami e duraturi. Zoe Donaldson, coordinatrice dello studio, ha sottoposto gli animaletti a una tecnica di imaging che consente di osservare l’attivazione delle cellule cerebrali in condizioni di completa libertà di movimento e filmato il tutto.

Lo studio ha riguardato il periodo compreso fra l’incontro con il partner al momento in cui la coppia ha costruito il nido e ha valutato le reazioni del cervello sia in presenza del partner, sia in presenza di un altro roditore. La Donaldson ha esaminato principalmente la zona del cervello chiamata nucleo accumbens, che gestisce i meccanismi della ricompensa e che nell’uomo reagisce visibilmente durante le effusioni con la persona amata, ma si spegne quando si stringe la mano a una persona sconosciuta. La studiosa pensava che nel caso delle arvicole tale attività si svolgesse in modo diverso, ma i fatti dimostrano il contrario, esattamente come avviene nell’uomo.

 

È una questione puramente cerebrale che però si riflette sulle emozioni

Donaldson spiega che durante la lontananza dalla persona (o, in questo caso, dall’animale) amata, entra in azione un determinato gruppo di cellule che agisce in modo proporzionale alla durata del rapporto. Più questo è antico e intenso, più è forte l’attività di questi neuroni del nucleo accumbens. Al contrario, se ai roditori si avvicina un estraneo, viene coinvolta una zona del cervello completamente diversa; questo indica che l’attivazione del gruppo di cellule che gli studiosi hanno denominato “nucleo del partner in avvicinamento” ha un ruolo impostante nella formazione e nel mantenimento di una relazione.

Apparentemente, questa scoperta potrebbe far pensare a una funzione positiva del lockdown; in realtà, come spiega Donaldson, il cervello umano è progettato per ricercare conforto nella vicinanza con altre persone, anche attraverso il contatto fisico. I segnali cerebrali ci suggeriscono di stare vicino alle persone che amiamo, mentre le regole di distanziamento sociale che la pandemia ha imposto ha fatto sì che questa esigenza non potesse essere soddisfatta nell’immediato. L’effetto che abbiamo ottenuto è stato analogo a quello che si produce quando si rinuncia a un pasto pur essendo affamati.

Foto Getty Images via Corriere.it