Un gruppo di ricerca italiano, dell’Università Cattolica di Milano, ha condotto uno studio su un aspetto delle nostre sensazioni molto poco studiato fino ad ora: il senso di meraviglia. Ovvero quella complessa emozione che si prova osservando la meraviglia del cielo notturno o la vastità del deserto.

 

Che cos’è il senso di meraviglia?

A condurre questa ricerca, Andrea Gaggioli e Alice Chirico, la quale ha descritto il senso di meraviglia come “associato ad un profondo sentimento di stupore, sorpresa, e talvolta paura. È un’esperienza che spesso si presenta quando le persone si trovano davanti qualcosa che le forza ad adattare i loro schemi mentali e a cercarne nuovi di rifermento”.

Secondo i ricercatori, il senso di meraviglia nasce quando percepiamo qualcosa di vasto e sconfinato come i deserti o i paesaggi montani, oppure in seguito ad uno stimolo che sia in grado di mettere in discussione ciò che per noi è certo e di minare i nostri schemi mentali. Questo scombussolamento che ne deriva ci fa sentire piccoli di fronte alla grandezza del Mondo e dell’Universo e delle leggi che li regolano, facendoci ritrovare quella che è la nostra dimensione.

 

Come può influire sulla nostra salute psicologica

Il senso di inferiorità e piccolezza e la connessione con qualcosa di sconfinato ed immenso, favoriscono, secondo uno studio dell’Università della Pennsylvania, una sorta di equilibrio, portandoci in uno stato psicologico conosciuto come flow, ovvero il punto di incontro tra il compito che un soggetto deve svolgere e le sue reali capacità.

Nel loro studio, i ricercatori dell’ateneo milanese hanno condotto delle indagini sul valore terapeutico del senso di meraviglia in particolare nei disturbi affettivi. Dalle loro indagini è emerso che inducendo nei volontari questa particolare sensazione, venivano inoltre stimolate la creatività e la connessione tra idee e concetti apparentemente lontani. Inoltre questa emozione sarebbe in grado di lenire gli effetti dello stress cronico influendo sul rilascio di molecole come le citochine proinfiammatorie.

Immagine: Foto di Myriam Zilles da Pixabay