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L’attuale epidemia di coronavirus in Cina ha messo alla luce uno stile di vita che in realtà già si conosceva, ma si cercava di ignorare. Si tratta dell’enorme moltitudine di allevamenti di animali selvatici a cui tra l’altro è collegata una dieta su cui sono state gettate molte ombre proprio in merito all’origine del virus. In ogni caso, in seguito all’epidemia sono stati chiusi 20.000 allevamenti.

Tra pavoni, zibetti, istrici, oche e persino struzzi, questi allevamenti hanno un impatto sconosciuto sul mercato, ma sicuramente incidono pesantemente. Il problema però riguarda le condizioni igenico-sanitarie di questi posti tanto che le autorità cinesi hanno deciso di prendere finalmente provvedimenti.

Attualmente, c’è un divieto temporaneo di commercio di tutte queste specie selvatiche. A seguire dovrebbe venire rilasciata una legge che andrà a rivedere pesantemente tali pratiche. Un azione che non andrà a interessare soltanto il reparto alimentare, ma anche la tanto discussa medicina tradizionale cinese.

 

Coronavirus, Cina e animali selvatici

Le parole di Steve Blacke, portavoce di WildAid a Pechino: “L’epidemia di coronavirus sta spingendo rapidamente la Cina a rivalutare le sue relazioni con la fauna selvatica. Esiste un alto livello di rischio da questa scala di operazioni di allevamento sia per la salute umana che per gli impatti sulle popolazioni di questi animali in natura”.

Le proposte che potrebbero venire in considerazione sarebbero quasi rivoluzionarie rispetto alle loro consuetudine. Si potrebbe arrivare a vietare il commercio di animali protetti sia all’interno che all’esterno della Cina. Inoltre, potrebbero vietare il consumo di carni di animali noti per essere dei portatori di malattie. Un esempio non a caso, la tanto chiacchierata zuppa di pipistrello.