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Un gruppo di ricercatori sta lavorando a un microchip che permette di trasformare la temperatura del corpo in energia elettrica

Tra qualche anno potremo dire addio ai caricabatteria per smartphone: per ricaricare il telefono basterà metterlo a contatto con con il nostro corpo, il cui calore darà nuova energia alla batteria. È quanto stanno cercando di ottenere i ricercatori dell’Università di Pisa, che stanno lavorando ad un microchip che sfrutta il calore del corpo umano per produrre elettricità.

Come funziona? Si tratta di sfruttare l’effetto termoelettrico, proprietà dei materiali che permette di convertire la loro differenza di temperatura in energia elettrica. Il segreto per estrarre dal calore dal nostro corpo l’energia elettrica necessaria a far funzionare un piccolo apparecchio elettronico sta nell’utilizzo di nano tubi di silicio, che disperdono molto poco il calore e trasportano molto bene l’elettricità.

«A partire dal 2008 la ricerca in questo ambito ha avuto un vero e proprio boom: – ha spiegato Giovanni Pennelli, professore associato presso il dipartimento di ingegneria dell’informazione dell’Università di Pisa e a capo del team che conduce la ricerca – ci sono diversi gruppi di scienziati in Italia e nel mondo che studiano altri tipi di materiale per la conversione del calore in elettricità, per esempio usando tellurio, che però è un elemento raro sulla crosta terrestre quanto il platino e anche velenoso. Il silicio invece ha il vantaggio di essere biocompatibile, non fa male alla salute, è economico e le metodologie di industrializzazione per la microelettronica sono collaudate da decenni perché si usa per fare ogni tipo di microchip». 

In termini di efficienza, il nuovo chip permette di estrarre il doppio di energia rispetto a una cella fotovoltaica. Si dovrà tuttavia aspettare ancora qualche anno per avere sul mercato questa tecnologia. «Non abbiamo ancora preso contatto con case produttrici di telefoni e orologi perché il prototipo è ancora in fase di sviluppo, ma noi ci crediamo», ha aggiunto il prof. Pennelli.