
C’è chi non riesce a restare da solo nemmeno per un momento. Una relazione finisce e, quasi senza soluzione di continuità, ne inizia un’altra. Questo comportamento è noto come Monkey Barring, un’espressione che prende spunto dall’immagine delle scimmie che si spostano da un ramo all’altro senza mai lasciare la presa.
Nel contesto relazionale, indica la tendenza a passare da una relazione all’altra senza attraversare uno spazio di vuoto, evitando così il contatto con la solitudine.
Il vuoto che spaventa
Alla base del Monkey Barring non c’è superficialità, come spesso si pensa, ma un’esperienza interna più complessa.
Il punto centrale è la difficoltà a stare nel vuoto emotivo, quello spazio che si apre tra la fine di una relazione e l’inizio di un’altra. Un tempo sospeso che può attivare:
- insicurezza
- paura dell’abbandono
- sensazione di perdita di identità
- ansia e solitudine
Per alcune persone, questo vuoto è percepito come troppo intenso da tollerare. Così, la nuova relazione diventa una sorta di ponte emotivo, un modo per non “cadere”.
Bisogno di conferme e regolazione emotiva
Il Monkey Barring è spesso legato a un forte bisogno di validazione esterna. La relazione diventa uno spazio in cui sentirsi visti, riconosciuti, rassicurati.
In questo senso, il partner non è solo una figura affettiva, ma anche un regolatore emotivo: qualcuno che aiuta a gestire stati interni difficili.
Questo non è necessariamente consapevole. Anzi, molte persone vivono questo schema senza rendersi conto del meccanismo che lo sostiene.
Difficoltà a comunicare il disagio
Un altro elemento chiave riguarda la comunicazione emotiva.
Chi tende al Monkey Barring può avere difficoltà a:
- riconoscere i propri bisogni profondi
- esprimere vulnerabilità
- affrontare conflitti o insoddisfazioni
Di conseguenza, invece di elaborare la fine di una relazione o le difficoltà interne, si passa rapidamente a una nuova esperienza, che offre sollievo immediato ma spesso temporaneo.
Relazioni come transizione, non come scelta
In questi casi, la relazione rischia di perdere la sua dimensione di scelta consapevole e diventare una strategia di evitamento.
Questo può portare a:
- legami poco stabili
- ripetizione di dinamiche simili
- difficoltà a costruire un’intimità profonda
Non perché manchi il desiderio di connessione, ma perché manca lo spazio per conoscersi davvero al di fuori della relazione.
Il valore dello spazio tra una relazione e l’altra
Culturalmente, siamo poco allenati a considerare il tempo da soli come uno spazio significativo. Eppure, è proprio lì che avviene una parte fondamentale del lavoro emotivo.
Stare nel “tra” permette di:
- elaborare ciò che è accaduto
- ridefinire i propri bisogni
- ricostruire un senso di sé autonomo
Evitare questo passaggio significa spesso portarsi dietro, nella relazione successiva, elementi non risolti.
Come uscire da questo schema
Il primo passo è riconoscere il pattern senza giudizio. Il Monkey Barring non è un difetto, ma una strategia appresa per gestire emozioni difficili.
Alcuni spunti utili possono essere:
- fermarsi prima di entrare in una nuova relazione
- esplorare cosa si prova nella solitudine
- lavorare sulla consapevolezza emotiva
- costruire fonti di stabilità interne, non solo relazionali
In alcuni casi, un percorso psicologico può aiutare a comprendere l’origine di questo bisogno e a sviluppare modalità più funzionali di stare in relazione.
Tra bisogno e possibilità di cambiamento
Il Monkey Barring racconta un bisogno umano profondo: quello di sentirsi connessi e al sicuro.
Ma invita anche a una riflessione più ampia: quanto spazio siamo disposti a dare a noi stessi, al di là delle relazioni?
Imparare a stare soli non significa rinunciare all’amore, ma creare le condizioni per viverlo in modo più libero, consapevole e autentico.
Foto di Everton Vila su Unsplash








