
La crescente consapevolezza sulla neurodiversità sta ampliando il dibattito oltre la specie umana. È sempre più comune chiedersi se animali come cani o gatti possano mostrare caratteristiche paragonabili all’autismo o all’ADHD. La domanda, che un tempo veniva liquidata come antropomorfismo, oggi è oggetto di un filone di studi in espansione.
A riaccendere la discussione è un articolo firmato da Jacqueline Boyd, professoressa di scienze animali alla Nottingham Trent University, che riflette su comportamenti osservati nei suoi cocker spaniel. Sensibili, ipersociali, impulsivi: tratti che gli amici definiscono “autistici” in modo informale. Ma c’è davvero un legame?
Secondo Boyd, potremmo aver favorito la neurodiversità negli animali domestici attraverso millenni di selezione. E la ricerca scientifica sembra darle ragione.
Segnali comportamentali e genetici: cosa sappiamo finora
Gli scienziati oggi ipotizzano che la neurodivergenza non sia esclusiva dell’essere umano. Diverse specie mostrano infatti differenze genetiche e comportamentali che ricordano quelle osservate nelle persone neurodivergenti.
Cani: ipersocialità e impulsività non sono casuali
Nei cani, numerosi studi hanno evidenziato:
- iper–socialità, legata a varianti genetiche specifiche;
- impulsività connessa a livelli alterati di serotonina e dopamina;
- sensibilità emotiva molto alta, comparabile a quella dei bambini neurodivergenti.
La serotonina contribuisce alla regolazione dell’umore, mentre la dopamina è coinvolta nella concentrazione e nel controllo degli impulsi. Squilibri di questi neurotrasmettitori sono associati all’ADHD umano — e compaiono anche in molti cani particolarmente irruenti o disattenti.
Secondo Boyd, quando scegliamo animali docili, affettuosi e “molto comunicativi”, stiamo selezionando tratti cognitivo-emotivi che potrebbero avvicinarsi alle manifestazioni tipiche della neurodivergenza umana.
Il caso Shank3: quando i geni parlano chiaro
Una delle scoperte più interessanti riguarda una mutazione del gene Shank3, già nota per il suo ruolo nell’autismo umano. Uno studio recente ha rivelato che alcuni cani beagle presentano la stessa mutazione, con conseguenze evidenti:
- minore iniziativa nell’interazione sociale,
- ridotta capacità di creare legami con persone e altri cani,
- difficoltà nella regolazione dei segnali neuronali.
Queste caratteristiche ricordano alcuni aspetti dell’autismo umano, dimostrando che la neurodivergenza può avere un fondamento biologico condiviso tra specie diverse.
Non solo: la ricerca canina su Shank3 sta aprendo la strada a potenziali approcci terapeutici. In uno studio sperimentale, una microdose di LSD somministrata a cani con questa mutazione ha aumentato l’attenzione e migliorato il coordinamento neuronale nelle interazioni sociali. Gli effetti sono durati cinque giorni.
Il risultato è sorprendente, anche se non immediatamente trasferibile all’uomo: si tratta pur sempre di una sostanza psichedelica, con implicazioni etiche e legali molto complesse.
Altri animali mostrano segnali simili
Non sono solo i cani a presentare tratti riconducibili alla neurodivergenza:
- ratti da laboratorio hanno mostrato forme di socialità alterata e iper–reattività sensoriale;
- primati non umani evidenziano comportamenti ripetitivi e grafici, simili a quelli del comportamento autostimolatorio umano.
Questi modelli animali non dimostrano che gli animali “abbiano l’autismo”, ma aiutano a comprendere come si sviluppano e si manifestano le differenze neurologiche.
L’impatto sull’uomo: diagnosi e nuove prospettive terapeutiche
Studiare la neurodivergenza negli animali non serve solo a capire meglio loro — ma anche noi stessi.
La diagnosi di autismo o ADHD negli adulti può richiedere mesi, spesso ostacolata da difficoltà comunicative o strategie di mascheramento. I modelli animali, invece, permettono di osservare la neurodivergenza nei suoi aspetti biologici più puri, senza sovrastrutture culturali.
Capire i circuiti neuronali coinvolti potrebbe:
- migliorare i processi diagnostici,
- facilitare lo sviluppo di terapie personalizzate,
- fornire nuovi strumenti per comprendere comportamenti complessi.
Una nuova visione: convivere con la neurodiversità animale
Come cambierebbe il nostro rapporto con gli animali se accettassimo che anche loro possono essere neurodivergenti?
Secondo Boyd, significherebbe:
- ripensare gli approcci di addestramento,
- rendere l’ambiente più prevedibile e meno sovrastimolante,
- adattare la comunicazione ai loro stili cognitivi,
- riconoscere che alcuni comportamenti non sono “problematici”, ma diversi.
E forse, in questo specchio animale della neurodiversità, potremmo imparare qualcosa anche sulla nostra capacità di accogliere le differenze.








