And-Just-Like-That

A Just Like That inizia. Inizia alla grande per chi non ha visto la serie vera, quel Sex & The City che ci ha proiettato a Manhattan per ben sei stagioni. Perchè non si può certo dire che la verve sia la stessa. Anzi, è la conferma che alcune serie dovrebbero rimanere “chiuse” al finale di stagione, l’ultima, e lasciare un bel ricordo malinconico. Il sequel di SATC non è per molti, me compresa, quello che ci si aspettava. E sperava. Vediamo insieme perchè.

 

“Vecchie” ma non troppo!

Carrie (Sarah Jessica Parker) e Big (Chris Noth) vivono un’esistenza amorevole e delicata, completa di vino e un’invidiabile configurazione del giradischi. Un po’ come un elefante in un negozio di porcellane, Carrie si adegua all’era della moda di New York su Instagram e collabora ad un podcast sui ruoli di genere e sul sesso: una brutta copia in chiave moderna della sua rubrica che ce l’ha fatta amare. Di evitabile, c’è da dire, c’è proprio tutto: ossia quel forzare su temi con il piglio di oggi rendendo tutto più volgare ed evitabile.

Miranda (Cynthia Nixon) ha lasciato la sua carriera in uno studio legale di alto profilo per intraprendere un master in diritto dei diritti umani. Tanto per forzare la mano sul tema dell’omosessualità – dell’attrice nella vita reale – perchè non infarcire una storia lesbo per rafforzare il concetto?

Charlotte (Kristin Davis) è… Charlotte. Primitiva e corretta, con la figlia Lily (Cathy Ang), una ragazza di successo, e Rose (Alexa Swinton) ,più ribelle e non adatta allo specifico tipo di femminilità di sua madre, interpreta il ruolo che la nostra principessa di Park Avenue ha sempre voluto. Il che non è privo di sfide. Ma rende la povera Charlotte più macchietta di sé stessa di quanto non dovrebbe esserlo.

E sono “vecchie”. No, in realtà, sono decisamente “vecchie” (la loro opinione, non la mia): centinaia di battute sulle sciocchezze del nuovo podcast lo rendono ampiamente chiaro. Oltre a capelli bianchi, lifting in agguato e reumatismi che rafforzano il concetto nel caso in cui lo spettatore dovesse dimenticarlo. Sono cinquantenni, però, mica ultracentenarie!

Che dire dei ruoli maschili? Mr. Big lo facciamo morire perchè la casa di produzione non ammette nel cast coinvolgimenti con scandali reali e Chris Noth ha dato di che parlare proprio a ridosso dell’uscita del sequel. Ma se il suo contributo è stato una finta masturbazione alla prima puntata, meglio così. Steve, marito di Miranda, è una cariatide che ogni tanto compare tanto per dire che ha partecipato. Stanford, l’amico di vecchia data di Carrie e compianto Willie Garson, dopo le prime due puntate in cui compare quasi “cattivo” ed antipatico (completamente l’opposto di quel che era), lo facciamo trasferire all’altro capo del mondo. Nella realtà, l’attore è scomparso alla fine dello scorso anno.

Poi c’è l’elefante nella stanza. Con l’inimitabile Kim Cattrall assente dal cast, c’è senza dubbio un buco nel cuore della nuova serie di Sex and the City. Sebbene il sequel abbia i suoi pregi – affrontare tematiche moderne dal punto di vista di una generazione che è cresciuta con noi, seppur in modo balordo – (e molte carenze), in primo luogo non avrebbe mai dovuto essere fatto. SATC senza Samantha sembra più una mossa commerciale fredda e cinica che un vero ritorno. Ma lo spettacolo deve andare avanti, quindi si scopre che Samantha vive a Londra – perchè? come? da quando? – e il gruppo, convenientemente, non le parla più. O meglio, ogni tanto spunta come se la finzione volesse rendere conto di quel che è realmente successo in fase di negoziato per la grande rentrée. Un litigio con Carrie per problemi professionali ha portato la stella splendente della serie originale ad abbandonare tutte le sue amicizie più importanti e a non contattarle più. Sebbene il breve riassunto all’inizio del primo episodio sia relativamente soft, non ci vuole molto perché And Just Like That prenda una svolta cupa.

A parte i campanelli d’allarme e le luci rosse lampeggianti che avrebbero dovuto avvertire HBO Max dal riportare Sex and the City alla ribalta, il più grande difetto è, ironia della sorte, il cercare forzatamente di correggere i suoi precedenti fallimenti.

Un cast più diversificato – non solo di star ma, si spera, di storie – è un cambiamento tanto atteso, ma la ritrovata consapevolezza sociale e culturale dei tre principali punti d riferimento è bloccata a tal punto che l’intero sforzo è spesso percepito come non autentico e talvolta decisamente imbarazzante.

La serie rivela ancora le sue stranezze comiche, così come la sua sciocca gestione dell’argomento – che è la norma al momento. Ma se le prime puntate sono qualcosa su cui basarsi per le restanti, questa è una serie molto meno irriverente di quel che ci si aspettava o di quanto non lo fosse prima. E laddove cerca di esserlo, lo fa male.

La cosa promettente del revival di Sex and the City è il potenziale della costruzione: il primo episodio prepara il secondo, poi il terzo e il quarto e così via. Fino a costruire un’esplorazione di un capitolo della vita del gruppo di amiche: affrontare il dolore, un viaggio più duro e crudo di qualsiasi flirt rispetto alla perdita nella serie originale, cambiare amicizie e, cosa più interessante, la predisposizione femminile alla perfezione. Mentre Carrie, Miranda e Charlotte superano i cinquant’anni, il conflitto tra l’umanità disordinata e la pressione per raggiungere la perfezione professionale, familiare, emotiva e fisica entra in un nuovo territorio.

Con il suo mondo capovolto proprio mentre stava finalmente sfondando l’apparente perfezione, come farà Carrie a venire a patti con quella che dovrebbe essere la sua vita? Immediatamente dopo la morte di John, lei chiede apertamente: cosa c’è dopo per me? Nel frattempo, Miranda si batte per la perfezione etica. Inquieta per il fatto che continui lungo un percorso di scelte che la fanno vivere comodamente con il suo lavoro estremamente ben pagato, il marito adorante e il figlio adolescente sessualmente rumoroso, sta rivolgendo la sua attenzione alle ingiustizie nel mondo, apparentemente cercando di porre fine a qualsiasi forma di razzismo.

Sebbene non sia la narrazione più drammatica, la lotta di Charlotte con e per la perfezione potrebbe essere la più in linea con il sesso e la città del passato mentre è alle prese con il suo aspetto invecchiato e le sue prestazioni di madre. E, verrebbe da dire, il percorso di Charlotte è forse quello che vede la progressione più naturale.

Non è esattamente Sex and the City come ce lo ricordiamo.