a private war

Vedo tutte queste cose perché voi non dobbiate farlo”. Sta tutta qui la vita di un cronista di guerra. Di quei giornalisti che vengono inviati laddove finisce la ragione ed inizia la follia umana. Quella di potenti senza scrupoli sulla pelle degli inermi. A pronunciarla è stata la protagonista del film diretto da Matthew Heineman, “A private war”. Ossia Marie Colvin, interpretata magistralmente da Rosamund Pike. Quando il direttore del Sunday Times, Sean Ryan (Tom Hollander), vorrebbe che non partisse più.

Ma non è l’unica. Marie di frasi significative, tra l’ironico e il drammatico, nel corso della sua carriera ne ha pronunciate tante. Dall’alto di quell’arguta favela che si confà a chi fa un certo mestiere. A chi deve usare la parola per descrivere le tragedie a cui assiste. Per passione, più che per mestiere. Perché il giornalismo ti scorre nelle vene. E neppure la paura, spesso, riesce a fermare quella voglia di raccontarle.

 

A private war: trama

2012. Una panoramica ci mostra una Siria rasa al suolo dalla guerra. E pensare che è passato solo un anno dall’inizio del conflitto. Il quale è ancora oggi in corso. Homs rappresenta l’ultima tappa della straordinaria quanto coraggiosa carriera di Marie Colvin, inviata del Sunday Times dal 1985 sui territori di guerra.

E’ stata in grado di intervistare due volte Muhammar Gheddafi, quando sfuggì ad un bombardamento da parte degli Usa nel 1986 (grazie, per inciso, a una telefonata di Craxi) e quando i ribelli iniziarono i primi tumulti nel 2011. Che portarono alla morte del Raìs. Gheddafi ammette che ella sia la donna con la quale passa più volentieri il proprio tempo. Marie Colvin lo intervista a testa alta, guardandolo negli occhi, senza alcun timore di sorta malgrado il personaggio sanguinario che ha di fronte. Forse capendo, grazie alla sua arguzia, che i suoi giorni stavano finendo.

E poi tanti altri teatri di guerra: Timor Est, Cecenia, Afghainistan, Iraq, Sri Lanka e appunto Siria. Marie Colvin aveva sempre anteposto la sua vita privata alla passione per il giornalismo nei teatri di guerra.

Non perdendo lo spirito neppure quando, durante un attacco ai ribelli, perde un occhio in Sri Lanka. Da allora, indosserà una benda nera. Che gli conferisce non solo l’aspetto fisico di un pirata, ma anche il coraggio di non tirarsi mai indietro tipico di un corsaro.

Per la sua instancabile passione, Marie Colvin non perderà solo l’occhio sinistro, ma anche il marito e la vicinanza dei suoi familiari. Vedrà morire colleghi, bambini, piangere donne, piangere uomini. Assisterà a bombardamenti, la distruzione di villaggi. Il che gli porterà anche un forte esaurimento nervoso, finendo anche in una clinica.

Per quella che sarà la sua ultima missione in Siria, conoscerà un giovanissimo fotografo, Paul Conroy, interpretato da Jamie Dornan. Il quale condividerà con lei quell’ultima avventura, ma non lo stesso destino. Riuscendo a sopravvivere malgrado le ferite riportate. Ma vedrà spegnere davanti ai suoi occhi il fuoco che teneva in vita l’intraprendente Marie Colvin.

 

A private war: recensione

Il cinema americano ha spesso raccontato la guerra. Uno dei principali oli che muove l’economia di quel Paese. Dal secondo conflitto mondiale in poi, sono tante le guerre che hanno generato o a cui hanno partecipato. In genere, con fare moralista, denunciando le sue brutture, i suoi aspetti più truci, le colpe di chi le muove senza alcuno scrupolo. A volte ci è riuscito, altre no. Spesso sconfinando però nella retorica e perfino nel patetico.

Anche Matthew Heineman, la cui breve filmografia è soprattutto documentarista, ci ha provato. Tuttavia, partendo dalla prospettiva di chi le guerre le racconta. E non da quella di chi le combatte o le decide. Ha preso spunto dall’autobiografia della stessa Colvin, che si raccontò proprio riguardo gli anni passati come corrispondente di guerra per il prestigioso Sunday Times. Ossia dal 1985 al 2012. Perdendo anche un occhio in Sri Lanka.

Come detto, ad interpretarla è una ottima Rosamund Pike. La quale, alla soglia dei 40 anni e tante pellicole alle spalle, finalmente viene coinvolta in una pellicola che ne omaggia il talento. Che sfigura il suo visino delicato, per conferirgli un ruolo da donna-guerriero solcata da quanto visto in giro per il Mondo. Caratterizza il personaggio tra una sigaretta e l’altra, una frase a effetto e l’altra, una movenza caricaturale e l’altra. Una anti-eroina dei giorni nostri, che invece di una spada usa una penna o la tastiera del portatile.

Non a caso, la Pike è candidata all’Oscar 2019 come migliore attrice protagonista.

Il film parte, come ormai accade sempre nei Biopic, dalla fine. E, come tutti i Biopic, ci mostra il presente intervallato da ripetuti flash back raffiguranti momenti significativi del passato.

Matthew Heineman non ci risparmia momenti cruenti, strappalacrime. Ma non lo fa per arruffianarsi lo spettatore. Si limita a raccontarci ciò che davvero accade in certi scenari di guerra e che Marie Colvin scriveva nei suoi articoli. Su tutti, ne scegliamo due: quando la gru scava la sabbia del deserto iracheno, facendo riaffiorare le ossa delle centinaia di migliaia di persone uccise da Saddam Hussein e buttate in una fossa comune. E quando in un ospedale già ridotto male, arriva un bambino in fin di vita, portato da genitori disperati che chiedono ad Allah “perchè proprio a noi?”

La sensazione che viene fuori molto bene nel film, comunque, è che la cronista decida di partecipare ai teatri di guerra per non combattere la propria guerra interiore. La propria “private war”, appunto. Perché, come ammise lei stessa in una intervista: “la paura arriva quando tutto finisce”. E, in fondo, questo potrebbe essere il leitmotive che muove tutti i cronisti di guerra.

Marie Colvin sfidava la morte, le andava in contro. Alzando ogni volta l’asticella del pericolo. Sfiorando proiettili, evitando esplosivi. Seguendo passo a passo i soldati, che andavano incontro al proprio destino. Lei che era un soldato della verità.

E’ dopo, a bocce ferme, che si ha tempo e modo di ricordare quanto visto. Momenti che nella pellicola sono raffigurati con momenti onirici. Sequenze surreali. E così decideva di ripartire, raccontare nuove tragedie ed ingiustizie. Perché quando si vive un incubo, non si ha modo di temerlo.