sulla soglia dell eternità VAN GOGH locandina

Schernito da vivo, brand commerciale da morto. Questo è stato, beffardo, il destino di Vincent Van Gogh. Pittore istintivo e intimista nato in Olanda e morto in Francia, dove cercava se stesso. Senza successo. Approdò prima a Parigi, dove però per la sua arte fuori dal tempo risultò inadeguato agli occhi di colleghi e critici ben pensanti. Poi passò ad Arles, dove invece trovò l’astio dell’ottusa e chiusa popolazione locale. Infine, a Auvers-sur-Oise, dove fu ulteriormente schernito e perfino ucciso.

Questa è la ricostruzione che Van Gogh – sulla soglia dell’eternità dà alla turbolenta e inquieta vita del pittore, nato nel piccolo paese di Zundert e morto prematuramente a 37 anni. Di pellicole sul pittore etichettato sbrigativamente come impressionista, ne sono state fatte diverse. Specie negli anni ‘90.

Sebbene, riteniamo che le più significative siano due. E proprio la prima e l’ultima escludendo questa. Ossia, Brama di vivere (1956) con il grande Kirk Douglas nei panni del pittore e Loving Vincent (2017), straordinaria ricostruzione sulla sua vita in formato animazione e ascrivibile al genere giallo. Anche se in quest’ultimo caso siano state poche le sale ad averla trasmessa e per giunta per pochi giorni. Ma forse anche questo fa marketing sulla pelle del povero artista.

 

Van Gogh – sulla soglia dell’eternità recensione

Se però in Brama di vivere il regista Vincente Minnelli sceglie più un tono da commedia, pur regalandoci una autorevole ricostruzione, mentre in Loving Vincent viene soprattutto messa in dubbio la versione del suicidio, Van Gogh – sulla soglia dell’eternità scava nella mente complessa del pittore. Nelle sue allucinazioni, nelle sue paure, nelle sue visioni, nelle sue ossessioni. Tutte trasposte magicamente sulla tela. In qualsiasi momento della giornata.

Vincent Van Gogh era, come dicevamo, un pittore istintivo, sregolato. Che dipingeva senza mai correggersi, prendendo per buone sempre i primi colpi di pennello. Le sue pennellate erano brevi e nervose. Frettolose di dire la propria. I suoi, come dice nel film anche il collega Paul Gauguin (Oscar Isaac), sembravano più bassorilievi. In effetti, in quei quadri che oggi tanto apprezziamo, ma che allora venivano snobbati se non derisi, i colori sobbalzano dalla tela. Hanno voglia di mettersi in luce, vivono.

van gogh dafoe foto

 

Il regista Julian Schnabel può sembrare sconosciuto ai più, ma ingiustamente. Basti dire che il suo esordio alla regia fu dirigendo il grande David Bowie in Basquiat (1996). Guarda caso, altro biopic su un altro artista, seppur contemporaneo e apprezzato: il writer Jean-Michel Basquiat, sconosciuto disegnatore di graffiti sui muri di Brooklyn.

E poi, dopo un altro film biografico su un caso realmente accaduto, si dedicò a dieci anni di distanza dal primo, ad un altro grande della musica: Lou Reed (in un documentario su un live a Brooklyn). E poi altri due film drammatici, comunque apprezzati: Lo scalafandro e la farfalla (2007) e Miral (2010).

Schnabel ricostruisce la vita di Van Gogh partendo proprio dalla sua mente. Scegliendo una telecamera mobile – la quale talvolta fa venire il mal di mare nel tentativo di rendere il tutto coinvolgente per lo spettatore – ed inquadrature in primissimo piano. Che esaltano i solchi del volto dell’attore protagonista: Willem Dafoe. Autentica maschera vivente del Cinema, capace con la stessa ora di intimorire ora di intenerire. Malleabile com’è al servizio della sequenza e del volere del regista.

Sulla soglia dell’eternità mette poi ovviamente in risalto i paesaggi che l’artista traspose col filtro della propria anima. Grazie alla fotografia di Benoît Delhomme.

Un film dunque intimista, introspettivo, che trasuda la sofferenza del pittore nel ritenersi inadeguato, fuori posto ovunque si trovi. Dalla famiglia di origine rigidamente protestante – che ebbe come contr’altare l’affetto del più lineare Theo, qui interpretato da Rupert Friend – a quell’Olanda che poco lo capiva. Fino alla Francia, contraddittoriamente raffinata da un lato e chiusa e bieca dall’altro.

Due le scene su tutte da sottolineare: il dialogo tra Van Gogh e il prete (Mads Mikkelsen) che gli concederà “il nulla osta” per uscire dal manicomio (emblematica la frase di Vincent: “io dipingo per persone che ancora devono nascere”) e la scena finale. La quale ben racchiude il paradosso della vita di questo artista. Così come di tanti altri. Snobbati da vivi, apprezzati da morti.

Nel caso di Van Gogh, però, siamo agli eccessi. Il merchandising ha ormai raggiunto tazze, scarpe, perfino calzini. Che tanto immortalano quanto umiliano questo artista. Per fortuna, esistono film come Sulla soglia dell’eternità che restituiscono un po’ di dignità a questo tormentato quanto geniale pittore.

VALUTAZIONE: 3.5/5