il castello di vetro

I ricchi di città vivono in case stupende, ma l’aria è così inquinata che non vedono nemmeno le stelle”.

E’ questa frase, pronunciata da Rex alla figlioletta Jeanette mentre sono distesi sulla neve a guardare il cielo stellato, che il regista Destin Daniel Cretton sceglie come incipit de Il castello di vetro ((The Glass Castle). Trasposizione cinematografica del libro di memorie di Jeanette Walls, caso letterario di enorme successo negli Usa.

Sebbene, come sovente accade, il risultato finale tenda ad ammorbidire un testo molto più duro. Ma tant’è. Si sa, l’attinenza ad un testo di un film spesso è sacrificata sull’altare dell’esigenza commerciale.

Jeanette Walls (Brie Larson) è la seconda di quattro figli della coppia anti-confomista, anti-capitalista e ambientalista fino all’estremo composta da Rex Walls (Woody Harrelson) e sua moglie Mary Rose (Naomi Watts). Il primo rigetta il sistema socio-economico americano (siamo alla fine degli anni ‘60, quando il mondo occidentale vive la rivoluzione sessantottina), costringendo la famiglia ad assecondare la sua utopia ideologica e la sua dipendenza dall’alcol, cambiando di volta in volta le case occupate e vivendo di stenti. Mentre la seconda è una pittrice molto proficua ma anche dal mancato successo.

Jeanette è colei che più degli altri fratelli apprezza e asseconda il padre. Cerca di difenderne sempre le idee, malgrado sovente caccino lei e gli altri membri della famiglia nei guai. Malgrado il fatto che dal fianco in giù la primordialità dei suoi genitori le abbiano lasciato una ferita da ustione. Un segno indelebile che rispecchia quello che le idee del padre gli hanno lasciato anche nell’animo.

Ma giunta la maggiore età, decide di porre fine a quella vita di continui problemi e sogni irrealizzati. Su tutti, quel castello di vetro sul quale il padre stava lavorando da anni. Tra voglia di dare finalmente un tetto alla sua famiglia da un lato e la voglia dall’altro di non smettere di sognare sotto un cielo stellato. E così, preceduta dalla sorella, anche Jeanette va via di casa. Preferendo, paradossalmente, la borghese New York. Il che ha di fatto tradito gli insegnamenti rudi del padre, assecondati da una sognatrice e remissiva madre.

E così, diventata una apprezzata giornalista, Jeanette ha finito per ripudiare i suoi genitori. Promettendosi sposa di un agente di borsa, rappresentante proprio di quel sistema che il padre si era sempre sforzato di combattere.

Ma dovrà fare i conti ancora una volta con quel segno indelebile sulla pelle, e ancor di più nell’animo, che la vita condotta suo malgrado fino alla maggiore età gli ha lasciato.

Il castello di vetro regge fino alla fine

Destin Daniel Cretton è al suo terzo film, e, come banalmente si dice in questi casi, forse a quello della “maturità”. Già nelle sue due pellicole precedenti, questo regista 40enne, ha trasposto storie tristi e problematiche. E, sempre in tema di banalità, ha rispettato il proverbio “non c’è due senza tre”.

Certo, come detto, la trasposizione è addolcita in molte parti rispetto alla storia originale della Walls. Ma ciò è un dettame del grande schermo, il quale impone certe regole per la fruizione commerciale. Detto però ciò, il film coglie nel segno. Trasmette un messaggio chiaro. Emoziona. Dura più di due ore, ma in funzione di un racconto che tra vari flashback, non perde mai di tono. Tiene incollato lo spettatore fino all’happy ending un po’ amaro del finale.

Ottimo il cast di attori: dall’ormai matura Brie Larson, promessa non tradita del cinema americano nei panni della ribelle e al contempo ubbidiente Jeanette; al caratterista Woody Harrelson, dal viso e dalle gestualità impeccabili. Fino alla collaudata Naomi Watts.

Se è vero che l’anticonformista Rex quel castello di vetro non sia riuscito mai a vederlo realizzato, simbolo di una invisibile ma salda utopia, metaforicamente esso regge fino all’ultimo minuto. Costruito sapientemente com’è da Cretton. Per quella che sembra all’apparenza la classica storiella di Natale, ma che vale come insegnamento da portare con sé per tutta la vita: gli insegnamenti dei genitori, per quanto rudi e strambi possibili, restano dentro di noi e finiremo per capirne l’importanza solo con la maturità. Ed è lì che scattano eventuali rimpianti e rimorsi.

VALUTAZIONE: 4/5